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L’arpa birmana, Kon Ichikawa
L’arpa birmana, Kon Ichikawa

L’arpa birmana - 3 - [pag 1] [pag2] [pag3]

Il giorno dopo, poiché ha aiutato a costruire il mausoleo dei morti, il reparto partecipa a una cerimonia in onore dei soldati giapponesi caduti in guerra. Tra il corteo di monaci buddisti c’è anche Mizushima, che reca una scatola con le ceneri di un morto. “Ehi! Mizushima, ritorna in Giappone con noi.” E’ la frase che intanto il comandante del suo reparto aveva insegnato al pappagallo ricevuto in dono dalla nonna birmana. Il comandante si è finalmente convinto che il bonzo è Mizushima e che il suo comportamento nei confronti dei commilitoni dipende dalla grave decisione che ha preso: quella di rimanere in Birmania. Nell’involucro delle ceneri che portava il bonzo, il comandante ottiene la conferma che quello è veramente il suo sergente. L’involucro infatti non contiene le ceneri di un morto ma un rubino birmano.

Trascorsi alcuni giorni, mentre il reparto canta nei pressi di un antico tempio, Mizushima nascosto nella cavità di una statua suona con la sua arpa alcune variazioni che i compagni riconoscono immediatamente. Ma di nuovo Mizushima si nega ai loro appelli. Finalmente giunge la notizia del rimpatrio. Allegria e mestizia s’impadroniscono del reparto di Mizushima. Allegria per il ritorno in patria, tristezza perché Mizushima non si è ancora unito a loro. Faranno così due nuovi tentativi per convincere il sergente a tornare in Giappone. Il primo è quello di passare gli ultimi giorni che restano cantando a squarciagola per attirare l’attenzione del compagno. Il secondo è di convincere la nonna birmana a rintracciare il bonzo per consegnargli il pappagallo da loro ammaestrato a ripetere “Mizushima, torna in Giappone con noi.” Prima della partenza, il bonzo si presenta all’ingresso del campo. Ha con sé i due pappagalli e l’arpa e lo accompagna il ragazzo incontrato al suo arrivo in città. “Torna in Giappone con noi”, dice il pappagallo, mentre il reparto intona Vecchio Giappone e il bambino suona le variazioni di Mizushima. Poi Mizushima prende l’arpa e suona lui stesso, suscitando l’entusiasmo dei compagni che lo riconoscono. I compagni gli fanno domande. Come mai non ritorna con loro? Cosa gli è successo? Ma Mizushima non risponde e continua a suonare e poi se ne va. La mattina del giorno seguente torna al campo la nonna birmana. Ha con sé un regalo, il pappagallo del bonzo e una lettera da consegnare al comandante. “Mizushima non tornerà più in Giappone e la lettera non dirà nulla di più di quello che io già non sappia.” , dice il comandante , che crede di aver capito i sentimenti del sergente.

L’arpa birmana, Kon IchikawaLa lettera dice: “ caro comandante e cari amici, io non posso dirvi quanto senta la vostra mancanza, né posso dirvi quanto mi piacerebbe tornare insieme con voi, lavorare con voi, chiacchierare con voi e suonare e cantare di nuovo. Quanto mi piacerebbe tornare in Giappone, quanto vorrei ripercorrere il mio paese distrutto, rivedere i miei parenti, mi mancano le parole per dirvelo meglio tutto questo; ma non posso tornare a casa. Non tornerò a casa, finché in Birmania resteranno insepolti i corpi dei nostri soldati. Perciò rimango qui, per rifare la strada della guerra. Ricordate quando ci incontrammo sul ponte? Avrei voluto fermarmi e dirvi ciò che volevo fare, ma non potei nemmeno parlare, non ne ebbi la forza, volevo fare ciò che pensavo fino in fondo …” “No! Non posso più tornare a casa” , dice intanto il pappagallo di Mizushima. “ Ho superato – prosegue – i monti, guadato i fiumi, come la guerra li aveva superati e guadati in un modo insano. Ho visto l’erba bruciata, i campi riarsi, perché tanta distruzione caduta sul mondo? E la luce m’illuminò i pensieri. Nessun pensiero umano può dare una risposta ad un interrogativo inumano. Io non potevo che portare un poco di pietà dove non era esistita che crudeltà. Quanti dovrebbero avere questa pietà? Allora non importerebbe la guerra, la sofferenza, la distruzione, la paura, se solo potessero da queste nascere alcune lacrime di carità umana. Vorrei continuare in questa mia missione, continuare nel tempo fino alla fine. Per questo, ho chiesto al bonzo che mi salvò dalla morte sul colle del triangolo di affidarmi la cura dei morti insepolti. Il capitano diceva di tornare in Giappone per collaborare alla ricostruzione del paese distrutto dalla guerra. Ricordo molto bene queste sue parole, ma quando vidi i morti giacere insepolti, preda degli avvoltoi, della dimenticanza e dell’indifferenza decisi di rimanere perché le migliaia e le migliaia di anime sapessero che una memoria d’amore le ricordava tutte ad una ad una. Passeranno gli anni, tanti anni prima che io finisca e , allora, se mi sarà concesso tornerò in patria, forse non tornerò più, la terra non basta a ricoprire i morti. Miei cari amici, io so che voi siete in grado di comprendermi e ve ne sono riconoscente. Vi scrivo dal monastero durante la notte e il pappagallo dice: Mizushima ritorna in giappone con noi. Io lo ascolto e vi giuro vorrei tanto tornare. Oggi il desiderio era forte e non resistendo suonai la mia arpa: la canzone dell’addio per voi. Addio amici che tornate in patria, vi confesso che non finirei mai di poter dire addio. Grazie per avermi tanto cercato, amici. Io vi ringrazio con tutto il mio cuore commosso. Io sarò qui in Birmania quando nevicherà e i monti nasconderanno la croce del sud e quando avrò sete di ricordi, quando avrò nostalgia di voi suonerò di nuovo la mia arpa. Per tanto tempo siete stati miei amici, vi ricorderò tutti, questo voglio dirvi.”

Tutto questo mentre la nave del rimpatrio si allontana verso il Giappone e già i compagni di Mizushima pensano al proprio futuro e il ricordo di lui sbiadisce, consegnandoci il significato della vanità di qualsiasi gesto_

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Gianfranco Massetti

 

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