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Stan Brakhage
 

il cinema di Stan Brakhage

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The Garden ofEarthly DelightI suoi primi film (1952-56), di genere “psicodrammatico”, sono stati per questo definiti “un po’ neorealisti, un po’ onirici” The Way to the Shadow Garden, un classico “trancefilm” del 1954, con il quale questa retrospettiva inizia, contiene già le prime “metafore della visione”, quando il protagonista, oppresso dalle frustrazioni adolescenziali, si cava entrambi gli occhi e procede attraverso un giardino di fiori bianchi, in una notte immaginaria. Con Anticipation of the Night, del 1958, uno dei suoi capolavori, il grande cineasta americano elabora una nuova forma, il film lirico, e nel frattempo inizia a scrivere il suo libro teorico più famoso, Metafore della visione (pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1970).
Nel film lirico scompare l’eroe e protagonista diventa il film-maker dietro la macchina da presa. Nella forma lirica le immagini corrispondono a quello che il cineasta vede, alle sue reazioni a ciò che osserva, girate in modo che la sua presenza non può mai essere dimenticata dallo spettatore. “Lo schermo -scrive P. Adams Sitney- è denso di movimento e quel movimento, sia della macchina da presa sia del montaggio, amplifica l’idea di un uomo che guarda.” E, grazie alle sovrimpressioni, prospettive e tempi diversi coesistono in uno stesso spazio. L’esperienza intensa della visione può essere così trasmessa allo spettatore.

Come s’incontra una visione, come può essere ricordata e trasferita sulla pellicola, come può influenzare le visioni successive e dove conduce il cineasta-visionario: questi i punti fondamentali della sua ricerca. E se la visione è il valore più alto del film, allora la cinepresa e il cineasta, che ne è quasi l’appendice, devono lasciare che la visione avvenga piuttosto che ricercarla ansiosamente. In questo modo Brakhage fa sua la posizione dell’artista come la vede Platone nello Ione: un umile anello nella catena che collega la Musa al fruitore. L’acuta sensibilità ai cambiamenti del fuoco, all’attività dei fosfeni sulla superficie dell’occhio chiuso e la visione periferica gli permisero di elaborare uno stile di ripresa d’incredibile flessibilità. Il film girato era poi ‘aggiustato’ con sovrimpressioni, pittura a mano , graffi all’emulsione o con l’incorporazione di parti del negativo. Era convinto che vi fosse un livello di cognizione che precedeva il linguaggio e che ha definito “pensiero visivi in movimento”.
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L'Arte della Visione - il cinema di Stan Brakhage 1954-2003
Roma FILMSTUDIO 2
18 giugno - 1 luglio 2005
vedi il PROGRAMMA



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