ActivCinema, rivista attiva di archeologia cinematografica
 
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Stan Brakhage
 

il cinema di Stan Brakhage

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Dog Star Man,La fase lirica di Brakhage culmina con la realizzazione di Dog Star Man, il più stupefacente tra i suoi capolavori (recentemente il film è stato inserito dalla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti nel registro nazionale di film “a futura memoria”). La visione del mondo è quella dei suoi film lirici ma rielaborata in termini mitici. Un cinema dunque “mitopoietico” ovvero creatore di miti. Il mito può essere definito la rappresentazione simbolica di avvenimenti cosmici o inerenti alle aspirazioni e alle passioni fondamentali dell’umanità, ritenuti essenziali. In Dog Star Man questi ‘avvenimenti’ riguardano la nascita della coscienza, il ciclo delle stagioni, l’antagonismo tra uomo e natura e l’equilibrio sessuale nell’evocazione della caduta di un titano, dal nome cosmico “Uomo della stella del Cane”.
In Dog Star Man emerge in tutta la sua potenza la sua concezione ‘arcaica’ dell’arte: per Brakhage l’ispirazione poetica è poiesis, azione per eccellenza, diversa e superiore all’azione comune, e dunque azione magica che esprime ed evoca una (super)realtà creativa “medicatrice delle passioni” dell’animo umano.

Il rapporto di Brakhage con l’Espressionismo e, in particolare, con l’Espressionismo astratto americano, è profondo e comincia a definirsi agli inizi della sua ricerca. (Il cineasta, da giovane, era stato allievo di diversi pittori espressionisti astratti). Nei suoi primi “trance-film” degli anni ’50, “realistico-onirici”, egli è già alla ricerca di una forma astratta che sia adeguata all’intensità delle sue sensazioni e visioni e alla complessità del suo pensiero ed è per questo che oscilla continuamente tra un realismo drammatico e l’espressionismo. Per raggiungere questo obiettivo inventa il “montaggio plastico” (un insieme di riprese in movimento, di primi piani o di astrazioni per attenuare lo choc del montaggio) e inizia a grattare la pellicola con uno strumento a punta. In seguito, nei suoi film lirici, Brakhage trasforma lo spazio del film ereditato dai fratelli Lumière, lo spazio prospettico, nello spazio appiattito della pittura Espressionista astratta. In questa nuova visione zone di profondità e punti di fuga sono possibili ma rari. Per “portare la macchina da presa nel Ventesimo secolo”, il cineasta fa sua l’estetica dell’Espressionismo astratto americano, condivisa anche da poeti come Wallace Stevens.
E per nascondere la prospettiva, deforma gli obiettivi, usa la macchina a mano, modifica la velocità della camera, ricorre a giochi di spazi in positivo e in negativo, tipici dell’Espressionismo astratto.
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L'Arte della Visione - il cinema di Stan Brakhage 1954-2003
Roma FILMSTUDIO 2
18 giugno - 1 luglio 2005
vedi il PROGRAMMA



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