Che "Il cielo sopra Berlino"del regista tedesco Wim
Wenders rappresenti l'epigono di una illustre schiera angelologica di
opere letterarie ed artistiche non vi sono dubbi. Di angeli che hanno abitato
la storia dell'occidente ed in modo particolare la cultura tedesca del novecento
se ne contano un buon numero.
E' sufficiente ricordare alcuni esempi ricavati dalla tradizione letteraria
e da quella artistica e filosofica, come "L'angelo alla finestra d'occidente"
dello scrittore viennese Gustav Meyrink, l’ ”Angelo della morte” di
Paul Klee o l’ "Angelo della storia" di Walter Benjamin.
Wenders ha concepito il suo racconto sugli angeli di Berlino intorno alla
prima metà degli anni ottanta, durante il proprio soggiorno a Los Angeles
(ovvero la città degli angeli: una "coincidenza significativa", direbbe Jung),
dove stava girando le riprese di "Paris Texas", che è un film dedicato
al problema della solitudine e della incomunicabilità tra uomo e donna: due
tematiche che peraltro sono presenti anche ne "Il cielo sopra Berlino".
Tuttavia, quest'ultimo costituisce un'opera molto più ambiziosa e che affronta
la storia di un quotidiano che s'innalza dalla terra al cielo, riconducendoci
ad un giovane Wenders irrequieto studente di filosofia.
E' in questo film che il tema della incomunicabilità tra i sessi assume appunto
dignità culturale, ripercuotendosi nel riflesso della dimensione storico-politica
del problema quando Wenders affronta la questione del muro di Berlino. Questo
rappresenta appunto il simbolo della cortina di ferro che, prima del 1989,
separava il blocco dei paesi occidentali da quello comunista; ma è anche il
simbolo della separazione della città celeste dalla città terrestre, come
condizione ontologica di quella separazione dell’essere che costituisce la
pietra dello scandalo di tutta la tradizione filosofica occidentale, da Parmenide
ad Heidegger.
La storia del film è quella dell'amore di Damiel per un'acrobata circense
ed allude alla passione degli angeli vigilanti per le figlie degli uomini,
di cui si parla nell’Apocrifo di Enoc ed all'inizio del VI capitolo
della Genesi. Dalla fine della seconda guerra mondiale, Damiel e Cassiel
sono gli angeli vigilanti della città di Berlino. Annotano sui loro taccuini
i pensieri più intimi della gente e con altri angeli s’incontrano ogni tanto
alla biblioteca di Stato, dove Omero, il più anziano di tutti, reca testimonianza
con la propria poesia dell’illustre passato della città e delle sventure che
l’hanno afflitta durante la seconda guerra mondiale. Gli angeli portano conforto
agli abitanti di Berlino soprattutto nei momenti più tragici della loro vita,
però possono essere visti soltanto dai bambini, mentre gli adulti non hanno
di loro la benché minima percezione. Viceversa, gli angeli vedono il mondo
ma senza poterne cogliere gli aspetti qualitativi, ed è per questo che quando
la telecamera osserva il mondo attraverso il loro sguardo riprende soltanto
delle scene in bianco e nero. Da tempo, Damiel segue soprattutto Marion,
anche lei un “angelo”, perché si tratta della giovane trapezista di un circo.
Ad eccezione di pochi bambini, nessuno va più agli spettacoli del circo, che
perciò sarà costretto a chiudere, lasciando Marion senza lavoro. "Il tempo
guarirà tutto. Ma che succede se il tempo stesso è una malattia ?", si chiede
Marion. Il tempo è una funzione dello spazio, ma la civiltà moderna ha invertito
questo rapporto, ed è così che la dimensione del viaggio è stata annullata.
Quest’ultimo è un altro tema che a Wenders sta molto a cuore e che in “Paris
Texas” viene mediato, con un sapiente dosaggio dei tempi di ripresa, attraverso
il percorso compiuto dal protagonista, come allegoria della propria vita e
del suo desiderio di regressione.
Ne “Il cielo sopra Berlino” il circo, che vive nella dimensione e della
dimensione del viaggio, è invece il simbolo di una civiltà che volge al tramonto.
"Perché io non sono te? Dove comincia il tempo? Dove finisce lo spazio?" Sono
le domande che ciascun bambino si pone, ed è la filastrocca che viene ossessivamente
ripetuta nel corso del film da una voce fuori campo. E’ lo stupore del bambino
di fronte al mondo ed è lo stesso stupore-orrore dell’ “Angelo della Storia”,
o di qualsiasi artista che sappia guardare il mondo attraverso la perversione
dell’occhio di una telecamera con l’innocenza di un bambino e l’orrore di
un angelo. A Berlino si girano le riprese di un film giallo ambientato durante
la seconda guerra mondiale che ha come protagonista Peter Falk, il
“tenente Colombo” di una serie televisiva di sceneggiati polizieschi
di grande successo. Wenders osserva attraverso uno dei soliloqui di Peter
Falk che sotto la dittatura nazista gli ebrei dovevano portare sugli abiti
una stella gialla, e che Van Gogh dopo aver continuato a dipingere
ossessivamente dei fiori gialli si è suicidato. «La vita? Se non ci fosse
mi mancherebbe, disse il generale alla puttana, disse la puttana al generale»,
questa è una delle frasi pronunciate dal “tenente Colombo” che sembrano in
apparenza prive di senso. Si tratta verosimilmente di riferimenti impliciti
a “La notte dei generali”, un film di Litvak del 1967, che, al di là
della banalità della storia, mostra dei contenuti simbolici molto profondi.
Ma ritorniamo al film di Wenders.
Il “tenente Colombo” si rivelerà nel corso del film come un ex vigilante,
un angelo decaduto dalla propria condizione che è diventato un essere mortale.
E se proprio vogliamo usare un linguaggio gnostico, del tutto fuori luogo
con il lieto fine della vicenda, si tratta di un “Arconte” al servizio del
“cattivo Demiurgo” che riuscirà a convincere Damiel a incarnarsi, per
amore di Marion. Precipitato nella condizione umana, Damiel si ritrova accanto
al muro che divide in due la città e vede improvvisamente i colori del mondo,
provando tutte le sensazioni degli esseri mortali: quelle piacevoli e quelle
spiacevoli. Dopo alcune vicissitudini, Marion e Damiel si incontreranno, e,
per fortuna, Damiel verrà ricambiato del proprio amore per Marion. E’ memorabile
la scena con cui si conclude il film. Damiel assiste da terra agli esercizi
funambolici di Marion, che lievita al di sopra di lui come un angelo.
Dalla “donna angelicata” degli stilnovisti fino ad arrivare ai nostri
giorni, forse con la sola eccezione de “Il maestro e Margherita” di
Bulgakov, il film di Wenders contiene la più grande esaltazione del
femminile di tutta l’arte e la letteratura mondiale.
Il “Cielo sopra Berlino” è un’opera molto profonda ed altamente lirica, che
si colloca nel quadro di quella svolta storica con cui siamo stati traghettati
dal mondo diviso in due blocchi al mondo della globalizzazione multimediale.
L’errore di Wenders è stato, forse, di creare un seguito del film con la realizzazione
di “Così lontano così vicino”, una pellicola che convince assai poco
e che per molti versi risulta pretestuosa
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