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Gli anni '60: Federico, Luchino e il poeta PierPaolo

Nel panorama cinematografico dell'Italia del pre-boom, esordirono quasi contemporaneamente coloro destinati ad essere ritenuti i grandi maestri, gli autori per eccellenza. Sul finire del decennio, con gl'incombenti '60 alle porte, Federico Fellini con due Oscar sulle spalle, realizzò un'opera monumentale, "La dolce vita", una sorta di "Divina Commedia" ambientata a Via Veneto, co-sceneggiata con Flaiano e Tullio Pinelli.
Tutti gridarono allo scandalo, sin dalla prima proiezione in pubblico, dove il povero Federico fu aggredito da sputi e insulti di pogni genere. L'anno seguente provvide egli stesso a farsi beffa dei censori, facendo interpretare a Peppino de Filippo il ruolo del Dr. Mazzuolone "Le tentazioni del Dottor Antonio", episodio di "Boccaccio '70" (1961), dove nottetempo si vedrà letteralmente travolto dall'ossessiva immagine di Anita Ekberg presente in un cartellone pubblicitario, durante un sogno che rasenta l'incubo.

Nel '60, al Festival Cinematografico di Venezia, il bersaglio prediletto fu Luchino Visconti e il suo "Rocco e i suoi fratelli" dove venne addirittura "oscurata" la scena in cui Renato Salvatori violenta la prostituta Annie Giradot sotto lo sguardo disperato e implorante del fratello, un giovanissimo Alain Delon.

Dopo aver scritto a metà degli anni '50 due romanzi che suscitarono forte scalpore ("Ragazzi di vita" e "Una vita violenta") e aver fatto l'esperienza sul set come co-sceneggiatore per Fellini e Bolognini, il poeta friulano Pier Paolo Pisolini, decise di trasferire i suoi racconti sullo schermo, affascinato da quella che egli stesso definì "un'altra lingua".
Così nell'estate del '61 prese vita la storia di "Accattone", ambientata interamente tra le borgate romane, popolate soprattutto di gente che vive ai margini della società, tra furti e prostituzione.
In occasione dell'uscita del film, l'allora ministro Folchi riformò il divieto riguardante la maggiore età, facendo aumentare dai 16 ai 18 anni, considerando così il linguaggio del film talmente crudo da ritenersi pornografico.
Stessa sorte toccò l'anno seguente a "Mamma Roma" dove Anna Magnani nei panni di un'ex-prostituta intenta a redimere il figlio, risultò essere una sorta di "Accattone" al femminile.
Per "La ricotta", invece, episodio di "RO.GO.PAG." (1962-63) vi fu l'immediato sequestro per vilipendio alla religione, soltanto al sesto giorno dall'uscita del film, dove si racconta la storia di Stracci, una comparsa di Cinecittà destinata a morire dopo un'indigestione sul set, crocifisso accanto a Gesù Cristo, come uno dei Ladroni.

Nello stesso anno si conferma il talento del giovane Marco Ferreri, regista dalla visione anarchica e iconoclasta del mondo. Il suo "L'ape regina" con la coppia Ugo Tognazzi e Marina Vlady, fu massacrato di tagli, imponendo oltretutto di modificare il titolo in "Una storia moderna: l'ape regina", tendendo a sottolineare la ritenuta improbabilità del racconto.
A "La donna scimmia" (1964) invece, fu letteralmente amputato il finale, dove Tognazzi usciva in lacrime da una stanza d'ospedale in cui la Girardot di lì a poco avrebbe dato alla luce un piccolo mostro.
Nella scena successiva l'attore si recava in un museo antropologico al quale aveva venduto le mummie dei due fenomeni.

Prima e dopo la rivolta: A ciascuno il suo (divieto)

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