Citizen Kane – Quarto Potere: Charles Foster Kane


Il film di Orson Welles esordisce con una soggettiva notturna del castello e della tenuta di Kane.
La telecamera si avvicina in modo furtivo e, a dispetto del cartello che avverte di non oltrepassare la cinta, si addentra nel parco e per le sale del castello. In una di queste, giace nel proprio letto un uomo anziano e malato.
E’ il signor Kane, uno degli uomini più potenti della terra.
In mano, stringe una di quelle piccole sfere di cristallo all’interno delle quali si riproduce in miniatura un paesaggio innevato. Improvvisamente, l’uomo apre la mano e la sfera rotola a terra. Sottovoce, le sue labbra pronunciano una parola che un’infermiera, accorsa allarmata nella stanza, riesce appena a cogliere.
Chi è che si aggira di notte nella tenuta di Kane, uno degli uomini più potenti della terra? Un ladro, un malvivente, o chi altro?
Nella sfera di cristallo, che è una simbolica rappresentazione del destino e del mondo che fugge dalle mani di Kane, è racchiuso il mistero della sua vita e dell’ultima parola che le sue labbra hanno pronunciato: Rosebud ("Rosabella" nella versione italiana). Infatti, chi ha potuto violare senza ostacoli le recinzioni e le possenti mura del suo castello non è né un ladro né un assassino, ma soltanto la morte.
Subito dopo, un cinegiornale commenta sommariamente le tappe della vita pubblica di Kane. La voce fuori campo celebra le magnificenze della sua reggia e accostando la personalità del magnate a quella di Gengis Khan, suggerisce che il suo vero termine di paragone risiede nella figura di William Randolph Hearst.
Il telecronista ricorda appunto che nel momento della sua massima espansione l’impero di Kane era costituito da 37 giornali, due sindacati, una radio: un impero nell’impero che comprendeva foreste, fattorie, tipografie, imprese di costruzioni e numerose altre attività imprenditoriali, la cui unica origine era lo sfruttamento di una delle più ricche miniere d’oro del mondo. Ma chi era Charles Foster Kane? A causa dei persistenti attacchi che aveva portato alle tradizioni americane sulla proprietà privata alcuni dicevano che si trattava di un “comunista”. Altri avevano invece sostenuto che si trattava di un “fascista”.

Il seguito del film rappresenta una puntuale ricostruzione della vita di Kane attraverso la finzione di un’inchiesta giornalistica realizzata al fine di rivelare l’enigma che si cela dietro al significato di “Rosabella” (“Rosebud”), la misteriosa parola pronunciata da Kane prima di morire.
Un cronista di nome Thompson si occuperà di ricostruire la sua vita, raccogliendo le testimonianze di quanti lo hanno conosciuto e gli sono stati accanto.

Con una serie di flashback che rompono la tradizionale struttura narrativa del film, siamo così proiettati indietro nel tempo, attraverso i ricordi di Bernstein, dirigente di affari di Kane, Leland, il suo migliore amico, Susan, la sua ex seconda moglie, Raymond, il suo maggiordomo, e attraverso la testimonianza del diario scritto dal defunto signor Thatcher, che la madre di Kane aveva nominato quale tutore legale della sua eredità, nel lontano 1870, quando Kane, allora bambino, fu allontanato dai genitori per entrare in un collegio che si sarebbe dovuto occupare della sua educazione.

Dal diario del signor Thatcher apprendiamo così che i genitori di Kane erano dei modesti albergatori di un villaggio di montagna. Proprietaria della pensione era la madre, una donna energica ed autoritaria. Nel 1868, questa aveva ereditato da uno dei suoi clienti una miniera d’oro. Essendo però già anziana aveva nominato, al fine di garantire un degno futuro al suo unico figlio, il signor Thatcher tutore del bambino e della sua eredità. Di ritorno dalle scorribande sulla neve, il piccolo Kane, che aveva ricevuto improvvisamente la notizia, si era scagliato col suo slittino contro il signor Thatcher, facendolo cadere a terra.
Allontanato dagli affetti famigliari e costretto a frequentare dei rigidi collegi scolastici, il giovane Kane era così cresciuto con un carattere incline alla ribellione ed al dispotismo.

> L'Inquirer