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Il film
Concepito
in piena epoca maccartista, il romanzo di Ray
Bradbury sarà per Truffaut diversamente congeniale.
Lo è innanzitutto per la passione bibliofila del regista, che nella
citazione del David Copperfield di
Charles Dickens non esita a fare
dell’autobiografismo. Ma lo è ancora e soprattutto per il fatto
che Truffaut ritiene che la cultura serve ad emancipare gli individui.
E, in questo senso, nel dialogo di Montag
a casa di Clarissa, gioca sull’equivoco
semantico degli “uomini libro”, che
indirettamente sono anche “uomini liberi” (purtroppo i dialoghi
originali, in inglese, non renderanno a pieno l’idea che libro-livre
è anche libero-libre).
Costretto a ricorrere per realizzare il suo film ad una produzione
americana, Truffaut in una lettera
dell’ottobre 1962 faceva per esso due previsioni distinte:
“Previsione pessimistica: un popolo che si appresta a dire di sì
a de Gaulle è un popolo che se ne
frega completamente se la cultura sparisce oppure no, e dunque se
ne frega anche di Fahrenheit.
Previsione ottimistica: i libri sono oggetti concreti, visibili
e palpabili; tutti li conoscono, tutti ne hanno, ne acquistano,
ne prendono in prestito. Così uno spettacolo che fa vedere molto
da vicino dei libri che bruciano, deve commuovere tutto il mondo.”
( in op. cit. p. 127).
Dopo l’inquisizione medievale, il secolo che ha visto ardere i
libri sulle piazze delle città è stato il Novecento (il secolo della
“modernità”), ma l’allusione di Fahrenheit
ad un recente passato è una circostanza solo apparente. Nella casa
dov’è nascosta la biblioteca, troviamo tra gli altri libri destinati
ad ardere con l’anziana signora anche il Mein
Kampf di Hitler.
Così, è sicuramente fuorviante lo stesso riferimento al regime sovietico,
presente nella citazione dei costumi degli interpreti maschili del
film (“Bisogna che il modo di vestire faccia pensare a quello in
voga nei paesi dell’Est, con le giacche che assomigliano a quella
specie di tunica dei soldati russi.”, scrive Truffaut
alla fine del 1965: in op. cit., p.160).
Verrà una forma di totalitarismo sconosciuta - sembra dire, invece,
il regista - che non si limiterà a distruggere i libri degli avversari
politici e ad imprigionare i dissidenti, esso imprigionerà la fantasia
plagiando le coscienze della gente attraverso uno strumento mediatico
che entrerà in modo capillare nelle case di tutti.
Si tratta di un ammonimento che costituisce anche il grido di allarme
del cinema d’autore nei confronti dell’appiattimento della comunicazione
attuata attraverso lo strumento televisivo
Gianfranco Massetti
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