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Federico Fellini - Prova d'Orchestra

Federico Fellini
Prova d'Orchestra

di Marco Santello

Parte [1] [2] [3]

Federico Fellini - Prova d'Orchestra

Prova d’orchestra è sempre stato considerato uno dei film minori di Federico Fellini. Certo se si pensa a capolavori come Otto e mezzo, La dolce vita, Amarcord o La strada non si può fare a meno di pensare che il paragone non può nemmeno darsi come possibile. È però vero che spesso la sovrabbondanza di studi sui Grandi Film lascia uno spazio veramente troppo angusto al lavoro esegetico su altre opere pur ricchissime di soluzioni originali e stimolanti. La sorte appena descritta è, in buona misura, quella toccata al film in questione, eccessivamente adombrato da una filmografia traboccante di capolavori.

Nell’intento di operare un’autentica rivalutazione di Prova d’orchestra uno dei punti da cui è consigliabile partire è senz’altro l’eccezionale fantasia visivo-sonora che permea l’universo immaginativo dell’opera. Immagini e suoni, infatti, sono sapientemente intersecati secondo logiche del tutto innovative. I brani di Nino Rota, tra i più grandi compositori di musica da film della storia del cinema, non accompagnano semplicemente le immagini né tanto meno servono solo ad aggiungere significato alla narrazione; sono piuttosto il centro della potenzialità estetica dell’opera nel senso che probabilmente il film sprofonderebbe nel vuoto semantico senza gli straordinari temi musicali che lo attraversano. Musica e rumore perdono progressivamente la linea di separazione che tradizionalmente li distanzia per acquisire un’inusitata autenticità che arriva a porre sul tappeto interrogativi sul senso dell’arte e del gusto che inevitabilmente la condiziona. Sgradevolezza e grazia trovano così una dimensione comune e diventano il simbolo della contraddittorietà universale, vera cifra stilistica di Prova d’orchestra.

Testimonianze della compresenza/coincidenza degli opposti all’interno del film si rintracciano su più fronti, sia tematici che formali.

Innanzitutto l’uso del grottesco, che per sua natura prevede il gioco dei contrari – cfr. La grande abbuffata (La Grand bouffe, 1973) -, produce continue contraddizioni tra serio e faceto fino a far perdere i connotati di verità di cui alcune affermazioni dei personaggi non sarebbero prive. Nulla di ciò che ci viene mostrato è certo; innanzitutto perché l’autore, da autentico artista qual è, non propone un messaggio preconfezionato che poi tenta di esprimere nel migliore dei modi ma istituisce degli interrogativi estetici a cui riesce a rispondere solo parzialmente ma che mettono in moto un ricco percorso interpretativo che è destinato a non concludersi mai. In fondo lo stesso microcosmo sociale che Fellini mette in scena è oscuro e contraddittorio, come lo è la società alla quale non può non riferirsi, ma che è lungi dall’essere descritta in maniera compiuta ed esaustiva.

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