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Federico Fellini - Prova d'Orchestra

Federico Fellini
Prova d'Orchestra

di Marco Santello

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Federico Fellini - Prova d'Orchestra

Eppure il film all’apparenza ha la forma dell’inchiesta, del cinema che si avvicina al giornalismo e, di conseguenza, alla verità fattuale. Come già in altre opere simili, ad esempio I clowns (id., 1970), viene a sgretolarsi la divisione tra cinema e televisione e tra arte e giornalismo: i diversi ambiti si sormontano trascolorando vicendevolmente. L’effetto che ne deriva è la continua infrazione delle regole comunicative che pertengono ad ogni medium, tanto che si può parlare della presenza in Prova d’orchestra di versanti metacinematografici e metatelevisivi.

Tali versanti si riflettono poi nell’interrogazione sulla natura del guardare e dell’essere guradati, sulla dialettica tra conoscenza sensibile autoptica e filtro deformante tipicamente detentori della doppia valenza di mistificazione e creatività. La macchina da presa indaga i personaggi fingendosi telecamera ma essi si comportano quasi come artisti circensi, creando scene da slapstick con la conseguente invalidazione dell’idea di reportage su cui si basa la finzione filmica.

Ecco perché la contraddittorietà è la vera chiave interpretativa del film: ogni singolo assunto viene rovesciato in una realtà altra e nulla si rivela mai per come è.

È intuibile inoltre come il concetto di contraddizione istituisca un conflitto tra le idee di caso/caos e la nozione di stabilità/organizzazione strutturata. L’agone tra questi due poli estetico-filosofici si ripropone costantemente lungo tutto il procedere della narrazione. Si pensi all’inconciliabilità del comportamento autoritario del direttore d’orchestra con la buona riuscita delle prove, alla dannosità dell’indisciplina degli orchestrali, all’impossibilità di estendere in toto le tutele sindacali agli artisti, alla necessaria ma problematica compresenza di obblighi comportamentali ed estro esecutivo insita nella musica sinfonica.

Il discorso di Fellini è perciò, in ultima analisi, una riflessione sulle mille valenze delle regole, sull’incomprensibile e incompresa presenza del caso (la sfera d’acciaio da demolizione) nella quotidianità, sull’impossibile sovrapposizione tra lavoro e arte, sull’assurda pretesa di guardare ed essere guardati seguendo regole fisse e codificate.

Tutto questo grottesco universo, perché «Tutto è prova d’orchestra» - Fellini dixit -, è visto attraverso una luce fioca e malferma, che non toglie dalle tenebre nient’altro che i contorni delle cose ma è abbastanza forte da svelare qualche verità sul senso dell’arte nella vita e sulla dialettica continua tra regole e libertà.

Risultati come quelli appena riferiti non possono non corroborare il convincimento secondo il quale sovente Prova d’orchestra sia stato oggetto di sottovalutazioni dovute alternativamente a superficialità interpretativa, conformismo critico o eccessivo focus sui grandi capolavori. Lo sforzo che si dovrebbe compiere è quello di guardare quest’opera con occhi sgombri da accidiosi ed esiziali appiattimenti, di modo che l’approccio al film si compia con rinnovata freschezza e sereno tatto interpretativo.

Marco Santello

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