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Non mancano invece nel noir italiano le femmes fatales. La dark lady, è anche, sempre, una femme fatale, ma la femme fatale non è necessariamente una dark lady; è piuttosto una seduttrice, spesso inconsapevole, che talvolta con la sua sola presenza, è in grado di modificare profondamente il destino di chi cade sotto la sua influenza, con risultati drammatici o tragici. Può, quindi, essere anche una donna “materna” e perfino una ragazza ingenua e romantica (una “vergine”) che tuttavia con la sua bellezza attrae irresistibilmente. Diventa così lo strumento di un destino infausto che, grazie a lei, può compiersi e annientare il protagonista maschile.
Nel Delitto di Giovanni Episcopo di Lattuada, uno dei primi noir italiani, tratto dal romanzo di D’Annunzio, invece della dark lady ritroviamo un dark gentleman, un affascinante avventuriero la cui nefasta influenza conduce alla rovina il protagonista.

Tra i nostri grandi autori, Germi è stato quello che, a partire dalla fine della guerra e durante tutta la sua attività registica, ha frequentato il noir con più coerenza e con più successo. Il suo esordio, Il testimone, del 1945, è già un noir che ha ben poco di neorealista e, cosa insolita per quel periodo, nel film tutto sembra essere immerso in un’atmosfera metafisica che può ricordare alcuni noir di Lang sulla colpa e sul destino fatale dei colpevoli. Gioventù perduta, del 1947, è un poliziesco noir d’ispirazione americana, mentre La città si difende, del 1951, rispetto ai precedenti, è un noir realistico alla Dassin. Tra i suoi polar, La città si difende, è il film che più si avvicina ai modelli francesi e americani. Germi scopre per la prima volta la città e la notte, due elementi portanti del “genere”. Il suo capolavoro noir resta tuttavia Un maledetto imbroglio,del 1958, ispirato liberamente a Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Gadda e definito da Germi stesso il primo poliziesco italiano. Il film è dichiaratamente infedele nei confronti di Gadda, ma vi si può riconoscere lo stesso “senso lirico della vanità e del nulla” che, secondo Pasolini, caratterizza il romanzo, la stessa “angoscia senza rimedio” di “chi, accettando le istituzioni che crede buone, è costretto ad infuriarsi senza requie contro gli istituti effettivamente cattivi”. (Pier Paolo Pasolini, Il Pasticciaccio, in Id., Passione e ideologia, Garzanti, Milano 1994, pp. 355-356. Su Un maledetto imbroglio cfr. P. Pasolini, Lo stile di Germi, in Id. , I film degli altri, a cura di Tullio Kezich, Guanda, Parma 1996, pp. 17-20)
Forse anche per questo, Un maledetto imbroglio piacque molto a Gadda. Germi vi interpreta, in modo magistrale, il commissario Ingravallo, un uomo d’ordine stanco e scostante, sempre con occhiali da sole e sigaretta, che certamente ha visto e amato molto i noir con Humphrey Bogart e soprattutto quelli con Jean Gabin. Nel film è già evidente un intreccio stilistico fra tragedia criminale e humour da commedia nera di costume che preannuncia le sue straordinarie black comedies delle anni sessanta.

Il western all’italiana agli inizi degli anni di settanta entra in crisi. Il pubblico rifiuta ormai un genere che, con la produzione di un gran numero di pellicole mediocri, si è andato imbastardendo sempre più. L’elemento comico è penetrato in profondità e lo “spaghetti-western” è diventato la parodia di se stesso.(Cfr. Daniele Magni, Silvio Giobbo, Cinici, infami, violenti – Guida ai film polizieschi italiani anni ’70, Bloodbuster, Milano 2005, pp. 11-17)
Produttori e registi del western all’italiana, accorti artigiani del cinema popolare italiano, trasformano allora sceriffi e pistoleros in poliziotti, commissari e banditi, tutti dai modi molto, molto spicci; nasce così un nuovo filone, o meglio un nuovo genere, che la critica, un po’ troppo frettolosamente, liquiderà con una definizione piuttosto dispregiativa: il poliziottesco degli anni settanta. Di questo “genere” sono stati inseriti nella retrospettiva solo alcuni film, considerati i più rappresentativi: La Mala ordina di Di Leo (1973) che s’ispira a un racconto di Scerbanenco, definito oggi uno dei migliori polar italiani del decennio (qualcuno ha parlato di Melville per il nichilismo di fondo, altri di “Don Siegel italiano”); Milano odia: la polizia non può sparare di Lenzi (1974), interpretato da uno scatenato Tomas Milian, un film crudele, di una violenza cupa e disturbante, che è stato oggi ampiamente rivalutato ed è considerato uno dei più riusciti del poliziottesco; Napoli violenta, sempre di Lenzi (1976 ) per i cultori il capolavoro del regista, il “poliziottesco nella sua forma più compiuta”; la violenza spettacolare è la vera protagonista del film e Lenzi si afferma come il principale autore del genere. In realtà questi tre film possono essere agevolmente definiti dei polar, dei polar all’italiana che, puntano, per catturare il pubblico, soprattutto sulla violenza spettacolare e rifiutano qualsiasi impegno politico e ideologico, al contrario dei polizieschi-noir di denuncia dello stesso periodo (Damiani, Petri, Rosi). Saranno seguiti negli anni settanta e, in parte, negli anni ottanta, da un numero impressionante di film di serie B-Z. Il poliziottesco diventerà così un vero genere e per questo meriterebbe un’indagine approfondita: al suo interno si celano infatti film raffinati, di ottima fattura.

Quando, a proposito del noir italiano, si parla di realismo e d’impegno, è forse utile tener presente che, in generale, dal film noir - quello italiano non fa eccezione – non ci si può attendere un rispecchiamento della realtà "così come essa è" e un discorso "politicamente corretto". Il noir, per sua natura, tende a estremizzare la realtà in cui viviamo ed è in questo modo che diventa portatore di una sua particolare forma di critica sociale. Fanno eccezione i film noir di denuncia e d'impegno civile, soprattutto quelli di Rosi, Petri e Damiani degli anni sessanta-settanta, opere dallo stile potente, spettacolare e di forte evidenza realistica. Alcuni di questi film sono stati tratti da romanzi di Sciascia, altri s'ispirano alla cronaca di quel periodo (attentati, strategie terroristiche, depistaggi) rielaborata in trame ricche di suspense, di forte impatto emotivo. L'esordio di Rosi, per esempio La sfida, fa propria la lezione del neorealismo e la fonde con quella di Kazan di Fronte del porto e del noir americano.
I film di questo filone, tipicamente italiano, al contrario di quanto avviene nel noir tradizionale, francese o americano, sono molto più attenti alla dimensione politica e sociale piuttosto che a quella individuale, come ha ricordato De Cataldo, l’autore di Romanzo criminale, in un’intervista ripresa in questo catalogo (Il lato oscuro dello schermo – Il film noir italiano, p…)
E hanno saputo presentare, con le loro denunce appassionate, un ritratto spietato ma veritiero della società italiana di quel periodo. Tuttavia anche in questi film come avviene di solito nel noir, non esistono personaggi “buoni”, totalmente “positivi”, e persino nei migliori rappresentanti dello Stato, in lotta con la criminalità (commissari, poliziotti, procuratori) vi è sempre ambiguità morale.

All’interno del vasto panorama del cinema noir italiano la commedia nera rappresenta un filone scintillante, frequentato anche da grandi autori come Germi e Ferreri.
Lo sceneggiatore Rodolfo Sonego ha definito la commedia all’italiana una “tragicommedia” in cui “il comico diviene come catalizzatore di molti mali che sono all’interno del tessuto narrativo”. (Rodolfo Sonego (intervista), in Pietro Pintus (a cura di), Commedia all’italiana – Parlano i protagonisti, Gangemi Editore, Roma 1985, pp. 182)
  Se si esclude il “- neorealismo rosa”, il filone dei Poveri ma belli, la commedia all’italiana già possiede, spontaneamente, elementi noir. In alcuni casi, tuttavia, il noir, come un potente veleno, è penetrato così a fondo da mutarne la natura, da trasformarla in “commedia della cattiveria”. Divorzio all’italiana, per esempio, il capolavoro di Germi, formalmente conserva lo stile e il ritmo della commedia all’italiana; in realtà ci troviamo di fronte a un acuto violento, sarcastico “pamphlet noir” contro un certo concetto di “onore” e, al contrario delle commedie di Risi e di Monicelli, è impossibile ritrovarvi un solo personaggio positivo. Nella Donna scimmia, una delle opere più importanti di Ferreri, lo humour nero dell’autore raggiunge punte estreme di cattiveria ma un personaggio positivo tuttavia esiste: l’animalità esteriore della donna scimmia nasconde vera umanità.

Gli anni duemila non sono stati teneri con il cinema italiano e la grave crisi produttiva del decennio precedente si è ulteriormente aggravata. Eppure, in questo deserto di sabbia o di ghiaccio, il noir, il neo-noir italiano, è forse l’unico “genere” o “supergenere” che è riuscito non solo a sopravvivere ma anche a dare alla luce film, molto diversi tra loro, di buono o di ottimo livello.
Come sempre con il noir, in Italia, in Francia e negli Stati Uniti, si è rivelato determinante il rapporto con la letteratura poliziesco-noir. Quo vadis baby? di Salvatores, girato in digitale, è tratto dall’omonimo romanzo di Grazia Verasani. È stato definito “un finto noir dai molti strati”, ma è, in realtà, un noir atipico in cui la ricerca della verità da parte di una detective privata si trasforma in un percorso doloroso di autocoscienza: nella filmografia dell’autore, uno degli esiti più convincenti. Romanzo criminale - che ricostruisce l’ascesa e la caduta della banda della Magliana - è tratto dal bel romanzo omonimo di De Cataldo. Placido rende omaggio al cinema italiano degli anni sessanta- settanta. Sono ben riconoscibili echi dell’epopea del fuorilegge, alla Leone di C’era una volta il west, del cinema di denuncia e d’impegno civile alla Damiani e alla Petri, e del polar italiano, alla Lenzi e alla Di Leo. La vitalità del noir, in Italia o altrove, è indiscutibile. La realtà ci offre orrori e incubi sempre nuovi: noir e neo-noir sono prodighi nell’assimilarli e nel riproporceli. La condizione umana che viene rispecchiata dal noir, l’«inferno laico» delle sue storie, fortunatamente non sono l’unica realtà possibile per l’uomo contemporaneo. Il noir cerca sempre di convincere lettori e spettatori del contrario e lo fa con strumenti molto efficaci: spesso vi riesce.

 

 

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