Activcinema, Roma

Intolerance, di Marco Santello - pagina [ 1 ] [ 2 ] [ 3 ]

Pur costituendo uno dei primi episodi di colossale insuccesso commerciale, Intolerance di David Wark Griffith non può che essere considerato un punto di riferimento imprescindibile per chiunque intenda capire l’essenza dell’archeologia cinematografica.

È bene sottolineare che quella appena fatta è la ricostruzione lineare delle quattro storie; nel film queste non sono rappresentate in sequenza ma attraverso la tecnica, tipicamente griffithiana, del montaggio alternato. In altre parole gli episodi sono stati divisi in sequenze e successivamente montati in modo tale che ci sia uno sviluppo parallelo delle narrazioni: le storie si aprono, si svolgono e si concludono assieme. Questa essenziale precisazione offre lo spunto per provare a comprendere l’opera di Griffith sia sotto il profilo tecnico-stilistico sia sotto quello contenutistico.

La sistematizzazione di alcune delle più importanti regole sintattiche del mezzo cinematografico, per la quale gli storici del cinema hanno a più riprese chiamato in causa David Wark Griffith, trova in Intolerance una delle testimonianze più efficaci. Il montaggio alternato e l’impressione di contemporaneità che ne deriva sono i veri collanti della narrazione e fungono, per di più, da fattore catalizzatore dei contenuti morali che il regista intende proporre.

Se in altre opere l’alternanza delle varie sequenze era servita per scardinare la consuetudine secondo la quale giustapposizione significava successione temporale, qui il legame tra le sequenze si fa ancor più profondo in quanto trascende le necessità diegetiche. Il legame che si instaura tra le sezioni dei vari episodi qui diviene emotivo, patetico, sentimentale. Lo spettatore è chiamato ad assecondare i collegamenti tematici, a fare continui parallelismi; il risultato è che la tensione emotiva e la partecipazione agli eventi narrati aumenta progressivamente. Il montaggio alternato prevede, perciò, la consapevolezza da parte di chi guarda della presenza di un’istanza narrante onnisciente che tesse le fila dell’opera e che ha la capacità di creare una metaforica contemporaneità tra fatti distanti millenni.

L’esistenza della consapevolezza di un narratore extradiegetico è evidentemente indispensabile per gli intenti di Griffith. Una delle costanti del suo cinema è, infatti, la precisa volontà di veicolare contenuti morali ritenuti universalmente validi; e un cinema con funzione didattica ed educativa (questa funzione è testimoniata tra l’altro anche dalle frequenti note esplicative) è possibile solo se lo spettatore percepisce un messaggio che, pur riferendosi alle vicende narrate, le trascende e, assieme, le percorre trasversalmente.

Altra necessaria osservazione, non meno importante, riguarda il procedere ritmico del film. Il regista decide di ridurre progressivamente la lunghezza delle sezioni che si susseguono e questa scelta è decisiva per la riuscita spettacolare dell’opera. Attraverso questo espediente tecnico, infatti, Griffith riesce ad imprimere alla narrazione un ritmo crescente, quasi a formare una climax ascendente volta ad accrescere la tensione emotiva; l’accelerazione si interromperà e la tensione verrà risolta totalmente solo nel lieto fine con il salvataggio del ragazzo. Questo procedimento di intensificazione drammatica, che, com’è noto, è alla base della “storia a suspense”, avrà un importanza che non è esagerato definire capitale in tutta la storia del cinema mondiale, a partire – tanto per fare un esempio - dai maestri del cinema russo degli anni ’20 e ’30. Uno dei principali meriti di Intolerance è, quindi, senza dubbio la prosecuzione di quel percorso di ‘genesi sintattica’ alla quale Griffith e altri suoi contemporanei stavano già lavorando da tempo.

> Intolerance, pagina III


David Wark Griffith -

Nascita di una nazione (The Birth of a Nation, 1915)

 

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