È bene sottolineare che quella appena fatta è la ricostruzione
lineare delle quattro storie; nel film queste non sono rappresentate
in sequenza ma attraverso la tecnica, tipicamente griffithiana, del
montaggio alternato. In altre parole gli episodi sono stati divisi
in sequenze e successivamente montati in modo tale che ci sia uno
sviluppo parallelo delle narrazioni: le storie si aprono, si svolgono
e si concludono assieme. Questa essenziale precisazione offre lo
spunto per provare a comprendere l’opera di Griffith sia sotto
il profilo tecnico-stilistico sia sotto quello contenutistico.
La sistematizzazione di alcune delle più importanti regole
sintattiche del mezzo cinematografico, per la quale gli storici
del cinema hanno a più riprese chiamato in causa David
Wark Griffith, trova in Intolerance una delle testimonianze più efficaci.
Il montaggio alternato e l’impressione di contemporaneità che
ne deriva sono i veri collanti della narrazione e fungono, per
di più, da fattore catalizzatore dei contenuti morali che
il regista intende proporre.
Se in altre opere l’alternanza
delle varie sequenze era servita per scardinare la consuetudine
secondo la quale giustapposizione significava successione temporale,
qui il legame tra le sequenze si fa ancor più profondo in
quanto trascende le necessità diegetiche. Il legame che
si instaura tra le sezioni dei vari episodi qui diviene emotivo,
patetico, sentimentale.
Lo spettatore è chiamato ad assecondare
i collegamenti tematici, a fare continui parallelismi; il risultato è che
la tensione emotiva e la partecipazione agli eventi narrati aumenta
progressivamente. Il montaggio alternato prevede, perciò,
la consapevolezza da parte di chi guarda della presenza di un’istanza
narrante onnisciente che tesse le fila dell’opera e che ha
la capacità di creare una metaforica contemporaneità tra
fatti distanti millenni.
L’esistenza della consapevolezza
di un narratore extradiegetico è evidentemente indispensabile
per gli intenti di Griffith. Una delle costanti del suo cinema è,
infatti, la precisa volontà di veicolare contenuti morali
ritenuti universalmente validi; e un cinema con funzione didattica
ed educativa (questa funzione è testimoniata tra l’altro
anche dalle frequenti note esplicative) è possibile solo
se lo spettatore percepisce un messaggio che, pur riferendosi alle
vicende narrate, le trascende e, assieme, le percorre trasversalmente.
Altra necessaria osservazione, non meno importante, riguarda il
procedere ritmico del film. Il regista decide di ridurre progressivamente
la lunghezza delle sezioni che si susseguono e questa scelta è decisiva
per la riuscita spettacolare dell’opera. Attraverso questo
espediente tecnico, infatti, Griffith riesce ad imprimere alla
narrazione un ritmo crescente, quasi a formare una climax ascendente
volta ad accrescere la tensione emotiva; l’accelerazione
si interromperà e la tensione verrà risolta totalmente
solo nel lieto fine con il salvataggio del ragazzo.
Questo procedimento
di intensificazione drammatica, che, com’è noto, è alla
base della “storia a suspense”, avrà un importanza
che non è esagerato definire capitale in tutta la storia
del cinema mondiale, a partire – tanto per fare un esempio
- dai maestri del cinema russo degli anni ’20 e ’30.
Uno dei principali meriti di Intolerance è, quindi, senza
dubbio la prosecuzione di quel percorso di ‘genesi
sintattica’ alla
quale Griffith e altri suoi contemporanei stavano già lavorando
da tempo.
> Intolerance,
pagina III
David Wark Griffith -
Nascita
di una nazione (The Birth of a Nation, 1915)