Activcinema, Roma

Intolerance, di Marco Santello - pagina [ 1 ] [ 2 ] [ 3 ]

Pur costituendo uno dei primi episodi di colossale insuccesso commerciale, Intolerance di David Wark Griffith non può che essere considerato un punto di riferimento imprescindibile per chiunque intenda capire l’essenza dell’archeologia cinematografica.

Altri indubbi meriti di questo film sono da rintracciarsi nella straordinaria grandiosità delle scenografie messe in scena, soprattutto nell’episodio babilonese. Spesso tali scelte stilistiche, tra l’altro mutuate da alcuni kolossal italiani degli anni ’10, sono state criticate sia dai contemporanei che da alcuni storici a causa della loro gratuità.

Non di rado però in queste critiche si perde la consapevolezza di una delle lezioni più importanti del cinema definito “primitivo” cioè la straordinaria capacità dell’immagine filmica di impressionare, di stupire, di meravigliare, che rappresenta di per sé un valore primo del fatto cinematografico.

Tuttavia il pregio più vigoroso di Intolerance è probabilmente l’efficace realismo dell’episodio contemporaneo. È veramente sorprendente scoprire una tale capacità di indagare il microcosmo intimo e personale degli umili e la corrispondente abilità nell’inserire le vicende particolaristiche in un contesto di aspri conflitti sociali, senza che questi vengano ridotti a puro sfondo né tanto meno diventino unicamente il pretesto per una facile didattica. Il dramma della condizione umana è qui indagato con una tale freschezza di sguardo da fare invidia a molti registi contemporanei.

Se questi sono alcuni dei contributi più significativi – assieme al consolidamento del lungometraggio come strumento privilegiato della narrazione filmica - apportati da Intolerance al panorama cinematografico dell’epoca, non si possono però omettere i punti di debolezza pure presenti nel film. Primo di tutti, appunto, la lunghezza della pellicola, veramente eccessiva per le consuetudini spettacolari del cinema muto: proprio questo fu un elemento che contribuì all’insuccesso commerciale del film.

Un altro fattore che giocò un ruolo importante per acuire il gap tra costi di produzione e ricavi al botteghino fu certamente l’inattualità del messaggio umanitario che ne sta alla base; gli Stati Uniti stavano per entrare in guerra e la vittoria dell’amore sull’intolleranza, topos pur universale, poco si rispecchiava negli animi di spettatori pronti a condividere l’uso delle armi per la risoluzione di conflitti bellici e sociali.

Da ultimo, ma non in quanto ad importanza, si presenta il problema della complessità dell’opera e del collegamento tematico spesso labile fra gli episodi. Questi, infatti, sono stati realizzati con stili notevolmente diversi cosicché si generi una sorta di ‘polifonia’ che, seppur talvolta apprezzabile, sovente ostacola la percezione dell’opera come organismo unitario e omogeneo.

Nonostante le fragilità appena descritte è però impossibile non percepire l’incredibile capacità suggestiva di Intolerance, film in cui Griffith si conferma autore in grado di destreggiarsi tra eloquenti affreschi sociali e fine scavo psicologico. E la straordinaria influenza su tutto il cinema successivo fa di questo film uno dei must per chi intende rapportarsi alla storia del cinema delle origini.

Marco Santello

> Intolerance, Home

 


David Wark Griffith -

Nascita di una nazione (The Birth of a Nation, 1915)

 

 

Activitaly | InfoRoma | ArgiletumTour | Svbvra | Eventi | ActivCinema