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Il lunedì di Pentecoste del 26 maggio 1828, tra le quattro e le cinque
di sera, faceva la sua comparsa per le strade di Norimberga un giovane
che si trascinava con aria ed abbigliamento trasandati. Due documenti
lo accompagnavano: un biglietto dove si affidava il piccolo Kaspar,
nato il 30 aprile del 1812, a una persona non meglio specificata,
e una lettera che quest’ultima aveva scritto per il capitano
dei cavalleggeri di Norimberga, pregandolo di voler arruolare il
diciassettenne Kaspar nel corpo dove già aveva servito il
di lui padre.
Nasceva in questo modo l’enigma di Kaspar
Hauser: così era stato chiamato il giovane.
Cresciuto al buio di una spelonca fino ai diciassette anni, senza
mai vedere in faccia colui a cui era stato affidato, aveva le articolazioni
delle gambe deformate a causa della lunga immobilità e sapeva
pronunciare una cinquantina di parole al massimo.
Di lui si occuparono in molti, ma nessuno riuscì mai a scoprire
il mistero delle sue origini, e sulla sua vicenda, oltre che a un
congruo numero di faldoni di archivio, sono state scritte diverse
cose. Uno dei primi a scrivere di Kaspar Hauser
sarebbe stato il consigliere di Corte di Appello von
Feuerbach (A. von Feuerbach, Kaspar Hauser, trad. it. Milano
1996).
Da parte di alcuni si sostenne che Kaspar fosse un impostore, da
parte di altri si sussurrò che fosse invece il legittimo
erede al trono del Baden, nato anch’egli nel 1812, e forse
sostituito, dopo alcuni giorni, nella culla,con un fanciullo morto.
Del suo caso si interessò, come si è detto, anche
un noto giurista come Anselm von Feuerbach,
fautore dell’abolizione della pena di morte, e padre del più
famoso Ludwig von Feuerbach. Questi
giunse a sostenere che il “furto della
ragione” perpetrato nei confronti del giovane Kaspar
Hauser configurava la situazione di un “delitto
contro l’anima” (op. cit. p. 54). Orientato anch’
egli ad avvalorare l’ipotesi che Kaspar
Hauser fosse l’erede legittimo del Principato
di Baden, Feuerbach morì a seguito di un malore improvviso
il 27 maggio del 1833, verso le cinque del pomeriggio, a cinque
anni esatti dalla comparsa di Kaspar Hauser
nella città di Norimberga. Presentando dei sintomi di avvelenamento
da arsenico, si pensò ad un omicidio. Fossero o meno vere
le supposizioni su di lui, il giovane Kaspar
Hauser morì nel dicembre dello stesso anno, in seguito
ad un attentato. Molti si sarebbero così interessati al suo
caso anche negli anni a venire, mentre lo stesso Ludwig Feuerbach
fece ripubblicare le memorie del padre sulla vicenda in diverse
occasioni, e ogni volta subendo l’inquisizione e il ritiro
delle opere da parte della magistratura preposta alla sorveglianza
della stampa.
Nel
1975, il regista tedesco Werner Herzog
da questa storia realizzava un film, che nel titolo originale di
Jeder für sich und Gott gegen alle (modificato nella “traduzione
italiana” ne L’enigma di Kaspar
Hauser) ricorda vagamente il rovesciamento dialettico dell’umanesimo
feuerbachiano: “Ciascuno per sé,
Dio contro tutti”. Dal mito della caverna
di Platone a quello del buon selvaggio
di Rousseau, la vicenda si presta peraltro a molteplici letture
di carattere filosofico, anche se ad Herzog
sembra sia stata congeniale soprattutto per sviluppare quella che
è la sua tematica intorno al discorso del diverso e della
sua emarginazione rispetto al conformismo della società.
Interessante per affrontare da questo punto di vista un discorso
filosofico è il dialogo tra Kaspar
Hauser e l’insegnante che gli sottopone il “paradosso
del mentitore”, una scena che potrebbe magari fornire
qualche ispirazione soprattutto a coloro che si occupano di processi
e giurisprudenza.
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