Nell’intervista rilasciata a Michel Ciment su Arancia
meccanica (in M. Ciment, Kubrick, Milano, 1999), Kubrick alla domanda se l’idea del Korova
Milk Bar fosse stata sua risponde:
“ In parte sì. Avevo visto una mostra di scultura in cui venivano esibite delle
figure femminili come fossero dei mobili. Da ciò venne l’idea delle figure nude in vetroresina usate come tavolini nel Milk Bar....” (p. 156).
La mostra di scultura che avrebbe ispirato Kubrick doveva essere verosimilmente un’esposizione di Allen
Jones, che nel 1969 aveva realizzato dei manichini di donna in vetroresina (Hatstand, Table e Chair) simili a quelli del Korova Milk Bar. Del resto, in Arancia
meccanica le citazioni dalla “pop
art” non si fermano a questo. Nei quadri della casa della donna dei gatti troviamo echi di Joe
Tilson (Painted vox-box, 1963) e di Tom
Wesselman (Great american nude n° 8, 1961, e n° 98, 1967). Le statuette del Cristo-Bacco danzante ricordano invece le piccole sculture in ceramica di Antony Donaldson, mentre nel lavoro di “decoupage”che i Drughi realizzano sulla calzamaglia della moglie del signor Alexander si avverte l’influenza del Blue
coat (1966) di Mel Ramos.
A prescindere dalla legittimità o meno di questi ultimi riferimenti, ciò che conta del messaggio di Kubrick è che di fronte alla morte dell’arte nell’epoca della sua riproducibilità seriale, ciò che assume un valore estetico sono la violenza gratuita e l’atto criminoso. Ma il tema di Arancia
meccanica non è quello della violenza in se stessa, bensì, come apprendiamo dall’intervista di Ciment, quello relativo al “problema della libertà di scelta” tra il bene e il male (op. cit. p. 149), il problema nientemeno che del “libero
arbitrio”.
“ Se veniamo privati della possibilità di scegliere tra il bene e il male perdiamo la nostra umanità? – chiede Kubrick – Diventiamo come suggerisce il titolo “un’arancia meccanica”? ” (ibidem p. 149).
Così, all’interno del film, il cappellano della prigione è chiamato a svolgere un ruolo centrale: “Benché sia parzialmente celato dietro una maschera satirica – dice Kubrick –, il cappellano della prigione, interpretato da Godfrey
Quigley, rappresenta il punto di vista etico del film. Egli sfida il brutale opportunismo dello Stato che porta avanti un piano per riformare i criminali attraverso il loro condizionamento psicologico.”
Insieme a Kubrick, dobbiamo osservare, che “alla fine il Governo è indotto ad usare i membri più crudeli e violenti della società per controllare tutti gli altri: un’idea non del tutto nuova o mai sperimentata” (in Ciment, op. cit. p. 149). In questo caso, i Drughi diventano i Vidocq della situazione, attraverso cui “si opera l’accoppiamento diretto e istituzionale della polizia e della delinquenza. Momento inquietante – scrive Michel
Foucault in Sorvegliare e punire (trad. it. Torino, 1976, p. 312) – in cui la criminalità diviene uno degli ingranaggi del potere.”
Ricorda Kubrick: “Aaron Stern, l’ex presidente della Motion Picture Association d’America …ha detto che Alex rappresenta l’inconscio, l’uomo allo stato naturale. Con la cura Ludovico è stato civilizzato, e la malattia che ne segue può essere vista come la nevrosi imposta dalla società.” ( in M. Ciment, cit. p. 149).
Tutto
il film si svolge del resto all’insegna della dissociazione psichica
del protagonista. Dagli effetti ottici dovuti all’uso del grandangolo,
per simulare la distorsione psichedelica della realtà, fino al particolare
linguaggio che utilizza uno slang infarcito di termini ricavati dal
russo, è chiaro che siamo di fronte ad una mente dissociata, ovvero
ad una mente divisa, come ci mostra anche il trucco del volto di Alex.
Il protagonista, Alex de Large, cioè Alessandro
il Grande, è una pura volontà di potenza, e come qualcuno ha bene
osservato (P. Giuliani, Stanley
Kubrick, Parigi 1990) il suo nome significa anche “senza legge” (A-lex)
. Ma nell’Arancia meccanica è possibile cogliere anche l’allegoria “iniziatica” del Pinocchio
di Collodi. Il travisamento dei Drughi in casa del signor Alexander è un
naso da Pinocchio, così come l’esito finale delle due storie è appunto l’ingresso
dei protagonisti nel mondo adulto. L’avventura di Alex è in definitiva un viaggio
nella dimensione inconscia dell’essere umano, un “viaggio iniziatico”, a cui
allude anche il riferimento ai viaggi di Johnatan
Swift (nello slang di Arancia Meccanica il termine
Gulliver serve a designare la testa). Resta da chiedersi se L’Arancia meccanica
sia un film di destra o di sinistra. L’impressione che se ne ha è che sia semplicemente
un film a vocazione, per così dire, “extraparlamentare” nel senso che va al di
là di uno schematismo politico sostanzialmente fasullo. Dice Kubrick, nell’intervista
a Michel Ciment (op. cit. p. 149),:
“Il ministro interpretato da Anthony Sharp è chiaramente un
esponente della destra. Lo scrittore, interpretato da Patrick
Magee, è un pazzo di sinistra. “La gente comune dev’ essere condotta,
guidata, spinta”, dice ansimando al telefono. “Venderanno la loro libertà per
una vita più facile!” … Sono diversi soltanto nel loro dogma. I loro mezzi e
fini si possono a malapena distinguere.”
Queste parole rappresentano anche il miglior commento a una domanda tutto sommato
futile_
Gianfranco Massetti
Arancia meccanica parte
I