Cinema italiano/internazionale. ActivCinema, Rivista attiva di Archeologia Cinematografica - A cura di Franco Rea
akira kurosawa

cinema italiano ActivCinema Roma

Rashômon di Akira Kurosawa

Quello che Kurosawa porta sullo schermo nel 1950 con Rashômon è un racconto ambientato in Giappone durante il medioevo

 
Luis  Bunuel - La Via Lattea   Wim  Wenders - Il  cielo sopra Berlino
 

 

rashomon

Manifesto del film

 

rashomon

Fotogramma del film

 

Akira Kurosawa

Akira Kurosawa

 

 

Links
 
Altri testi dell'autore
Fritz Lang
Metropolis
Andrej Tarkovskij
Andrej Rublëv
Luis Bunuel
La via lattea
Stanley kubrick
Full Metal Jacket

top

Rashômon

 

di Massetti Gianfranco

Un monaco buddista ed un boscaiolo sono reduci da un processo per l'omicidio di un samurai. Per ripararsi dalla pioggia incessante che si sta abbattendo su di loro, si sono rifugiati sotto la decrepita porta di Rashô, che sorge a Kyoto, un tempo capitale dell'impero nipponico. Qua sotto, i due si scambiano le reciproche perplessità intorno alle deposizioni dei protagonisti della vicenda. Al loro dialogo si aggiunge anche un viandante, lì sopraggiunto, al quale illustrano la vicenda. L'accaduto viene così rievocato attraverso una serie di flashback che corrispondono alle deposizioni dei testimoni.
Un samurai stava attraversando il bosco con la sua giovane sposa, ed al loro passaggio il bandito Tajomaru, che dormiva nei pressi del sentiero, si era improvvisamente destato. Il vento aveva sollevato il velo della donna, e, alla vista del suo splendido viso, Tajomaru era stato colto dal desiderio di possederla.
Egli aveva così inseguito la coppia e, con l'inganno, aveva indotto il samurai ad addentrarsi nel folto degli alberi, mentre la sposa era rimasta sola ad attenderlo sul sentiero. Quindi, disarmato e legato il samurai, Tajomaru aveva raggiunto la donna invitandola a seguirlo nel bosco, dove il samurai, secondo le sue affermazioni, avrebbe avuto un incidente. Quando la donna si era trovata di fronte allo sposo legato ad un albero aveva avuto una reazione di rabbia: aveva cominciato ad insultarlo e ad irridere le sue presunte capacità di samurai. Poi aveva estratto un pugnale e si era avventata contro Tajomaru, il quale si era ancor più eccitato. Così, dopo una breve schermaglia, la donna si era arresa, consenziente al bandito.
Ottenuto ciò che cercava, Tajomaru si apprestava ad andarsene, quando la donna lo avrebbe scongiurato di salvare il suo onore battendosi col marito, per decidere con un duello a chi dei due dovesse appartenere. Tajomaru aveva perciò sfidato l'avversario e lo aveva lealmente battuto, ma la donna era nel frattempo fuggita.
Questa è la deposizione del bandito, o meglio, il suo punto di vista relativamente allo svolgimento dei fatti: egli sa che deve morire e cerca soltanto di attribuire la colpa morale dell'uccisione del samurai alla donna, presentando se stesso come un valoroso guerriero in grado di vincere un campione di arti marziali.
La confessione della donna smentisce completamente la versione del bandito. Disonorata in presenza del suo sposo, dopo che Tajomaru era fuggito, dice di essersi affrettata a liberare il samurai, che invece di offrirle conforto e comprensione si era rinchiuso in un muto disprezzo nei suoi confronti. In lui non c'era nemmeno rabbia, solo disprezzo: più volte la donna aveva scongiurato il marito di ucciderla, non riuscendo a sopportare il gelo del suo sguardo; ma quello era rimasto immobile come una statua. Sarà dunque lei ad uccidere il samurai, quasi per sbaglio, crollandogli addosso, svenuta, e affondando così la lama del coltello che impugnava.
Pur di salvare il proprio onore, la donna mente, al pari di Tajomaru, e accusa se stessa dell'omicidio, scusandosi col tribunale di non avere avuto il coraggio di uccidersi.
Interdetti, i giudici non sono in grado di stabilire come siano veramente andate le cose. Pertanto, decidono come estrema ratio di convocare una strega per evocare lo spirito del samurai e sapere la verità da lui direttamente; sennonché un onore da difendere lo avrà anche quest'ultimo.
La versione dello spettro è che la donna, dopo aver sedotto Tajomaru, lo aveva istigato ad uccidere il samurai. Sorpreso da tanta ferocia, il bandito lo avrebbe invece liberato, rimettendo la sorte della donna nelle sue mani. A questo punto, mentre la donna fuggiva, inseguita da Tajomaru, il samurai avrebbe fatto harakiri con il pugnale di lei.
Quest'arma dalla preziosa impugnatura non è stata però rinvenuta sul corpo del samurai. Che fine ha fatto? Chi è che ha tolto il pugnale dal suo corpo? Lo spettro non è in grado di rispondere alla domanda, sa tuttavia che qualcuno quel pugnale l'ha tolto.
A questo punto interviene però una quarta testimonianza. Quella del boscaiolo sotto la porta di Rashô. Lui sa come sono andate le cose. Era presente e di nascosto ha osservato tutta la vicenda.
I fatti si sono svolti in un modo assai più meschino di quanto i tre abbiano voluto far credere. Infatuato dalla donna, Tajomaru le avrebbe chiesto umilmente di abbandonare il samurai per andare con lui. Sfidato dal bandito, il samurai avrebbe rifiutato di battersi, considerando sua moglie alla stregua di una sgualdrina. Così, di fronte all'ignobile comportamento dei due spasimanti, la donna li avrebbe aizzati a sostenere un ridicolo duello di fughe e scorrettezze reciproche, dove il samurai avrebbe addirittura implorato la propria salvezza prima di morire.
La donna che aveva comunque respinto il vincitore sarebbe poi fuggita , mentre l'infortunato Tajomaru ritornava sui suoi passi per recuperare le armi del samurai.
Sotto la porta di Rashô si sente un vagito: è un bimbo, avvolto in povere coperte, che è stato abbandonato da qualcuno. La pioggia è cessata e il viandante, che si è furtivamente impossessato delle coperte del bambino, si avvia per la propria strada. Il boscaiolo vorrebbe fermarlo, ma quello lo colpisce con un ceffone e lo accusa di essere stato lui a rubare nel bosco il prezioso pugnale della donna: è per questo che non ha reso la propria testimonianza davanti al tribunale, non per evitare di essere compromesso, come aveva detto.
Umiliato, il boscaiolo si mette da parte, senza più una parola. Poi, si avvicina improvvisamente al monaco, che tiene il bambino fra le sue braccia, e si offre di prenderlo con sé : ha già sei figli ed uno in più non farà differenza.
Il monaco che aveva dichiarato all'inizio del film di avere perso la propria fiducia nell'umanità ritorna a sperare.
Si è scritto che Rashômon risente molto della passione di Kurosawa per Pirandello. Tuttavia, questa favola medievale, che si rifà ad un racconto dello scrittore Ryunosuke Akutagawa, riflette soprattutto i principi della tradizione orientale.
Il film di Kurosawa si apre con la morte del samurai e finisce coll'episodio del trovatello: inizio e fine, nascita e morte si alternano, secondo il ciclo che i buddisti definiscono come samsara.
In Rashômon, però, ritroviamo anche il dramma del moderno relativismo, che sfocia nella negazione nichilistica del valore epistemico della verità. L'origine di questo dramma risiede nell'amor proprio degli individui e cioè in quella egocentrica enfatizzazione dell'Io che sta all'origine dell'egoismo.
Rashômon è la traduzione cinematografica di questo dramma: una tragedia dell'egoismo che si fa menzogna, anche quando cerca di ristabilire la verità, come nel caso del boscaiolo. Soltanto l'illuminazione può salvare l'uomo dalle bugie di questo mondo, ed è nel gesto di incondizionata solidarietà umana del boscaiolo che questa illuminazione si rivela al termine del film.
Si badi bene che non si tratta tuttavia del principio di carità cristiana, ma di un atto che rivela la conquista del Sé, rappresentato in modo simbolico dal bambino privato persino dei suoi umili panni.


Massetti Gianfranco Janmas@libero.it

 

Iscriviti alla mailing list di cinema inserendo la tua e-mail, sarai sempre informato sugli aggiornamenti di ActivCinema


Subscribe      Unsubscribe

Activitaly I Activitaly english version I Infocity I Servizi turistici I Itinerari I Eventi a Roma I Monumenti di Roma I ActivCinema