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I giovani autori-critici dei Cahiers sono tutti degli appassionati
cinefili, frequentano assiduamente la Cinémathèque
di Langlois, conoscono a fondo la storia del cinema e hanno in comune
scelte estetiche, gusti, opzioni precise e violenti rifiuti. Le
loro posizioni vengono esternate sui Cahiers, su Arts, su altre
riviste, in dibattiti pubblici e in interviste alla radio. Tra la
pratica critico-teorica e il fare cinema per gli autori-critici
dei Cahiers c'è una sostanziale continuità.
Le posizioni dei Cahiers e i primi film della
Nouvelle Vague furono attaccati volutamente dalla critica
ufficiale, dominata dall'estrema sinistra "surrealistizzante"
(la rivista Positif) e
marxista, nelle sue varie componenti. La "politica
degli autori" (Truffaut
e, in seguito, Godard, Rohmer,
Rivette) viene esposta con grande vis polemica per la prima
volta da Truffaut nel 1954 sui Cahiers in una recensione per Ali
Babà di Becker.
Secondo Truffaut esiste un solo autore del film: il "metteur
en scène", il regista; lo sguardo dell'autore è
la sola cosa importante (viene così negato il carattere collettivo
della creazione cinematografica); lo sceneggiatore deve limitarsi
a fornire dei materiali; si possono fare film eccellenti con budget
ridotti; ciò che è essenziale è il coraggio
e la capacità di assumersi rischi, come ha dimostrato Rossellini.
Il rifiuto del grande budget diventa uno dei punti fondamentali
su cui viene costruita l'estetica della Nouvelle
Vague, all'inizio comune alle due 'rive'. Questo rifiuto
viene considerato essenziale perché tutela la libertà
creativa dell'autore. Nuove pratiche tecniche, più sciolte,
dall'ideazione del film fino al missaggio, s'impongono e nasce una
nuova generazione di tecnici creativi.
Si afferma la necessità di una troupe ridotta come ulteriore
garanzia di libertà creativa. L'autore è generalmente
anche lo sceneggiatore del film e nella recitazione degli attori,
spesso non professionisti, ampio spazio viene lasciato all'improvvisazione.
E l'influenza delle riflessioni teoriche baziniane si fa sentire
nell'ostilità per le riprese in studio, per il montaggio
e nel ridimensionamento del ruolo espressivo dell'illuminazione.
Con gli anni le posizioni estetiche dei vari cineasti si delineano
con più chiarezza: Rohmer,
Rivette, Rozier, Godard (per alcuni film) e in seguito Eustache
e Garrel, considerati
gli eredi legittimi della Nouvelle
Vague, tenderanno a eliminare la frontiera tra finzione e
documentario Rozier in particolare, un grande isolato come Rondi,
porterà a un punto di rottura il rapporto che lega il cinema
autoriale con l'industria e il pubblico: un 'patto' produttivo e
narrativo che Truffaut
e Chabrol invece rispettano
sempre.
La dominante narrativa rimarrà più evidente non solo
in Chabrol e Truffaut
ma anche in Demy, nella
Varda, in Kast
e Doniol-Valcroze. Il
cinema di questi autori è senz'altro più classico,
con dialoghi già decisi in partenza e generalmente rifiuta
il suono in presa diretta.
Resnais, poi, si allontanerà ancora di più dall'estetica
"nouvelle vague" espressa in maniera compiuta nel film
di Rozier Adieu Philippine,
con il suo costante ricorso a scrittori-sceneggiatori (Robbe-Grillet,
Marguerite Duras, Jorge Semprun) le sue riprese in studio
e la colonna audio basate sulla post-sincronizzazione.
Gli altri due grandi isolati, Demy
con il suo raffinato cinema cantato e Malle,
per esperienze personali molto diverse da quelle dei cineasti-critici
dei Cahiers, procederanno in ordine sparso. Malle, allievo dell'IDHEC,
non era stato critico, prima di diventare assistente di Bresson
per Un condannato a morte è fuggito e il suo itinerario verso
il lungometraggio d'autore era stato dunque di tipo tradizionale.
L'originalità e la vitalità della Nouvelle
Vague furono appunto quelle di saper riunire in un unico
movimento individualità molto diverse per obiettivi comuni.
La scoperta della Nouvelle Vague,
della qualità delle sue opere, dell'autorevolezza del suo
retroterra teorico-critico, provocarono delle reazioni molto forti
nelle scuole cinematografiche di Stato dell'Est, soprattutto in
Polonia, in Cecoslovacchia e in Ungheria. Analoghi movimenti che
contrastavano il cinema sclerotizzato dei 'padri', per un rinnovamento
stilistico, narrativo e produttivo, si formarono in Brasile, Canada,
URSS, Stati Uniti, Svizzera Iugoslavia, Giappone e in Italia (soprattutto
con Bertolucci, Bellocchio
e il primo Pasolini).
A metà degli anni Sessanta, finita ufficialmente in Francia,
la Nouvelle Vague era
diventata un movimento sovranazionale.
La retrospettiva che l'Assessorato alle Politiche Culturali del
Comune di Roma e il Filmstudio
80 presentano nel mese di maggio è la più vasta
mai proposta in Italia sulla Nouvelle
Vague, se si esclude la grande manifestazione che il Festival
Internazionale Cinema Giovani promosse a Torino nell'ormai lontano
'84.
I cinefili e gli studiosi romani, ma ci si augura anche il ben più
vasto pubblico giovanile che frequenta gli essai, avranno così
la rara opportunità di vedere sul grande schermo opere ormai
entrate nella storia del cinema, diverse delle quali saranno presentate
per la prima volta in Italia o a Roma, e di cui non esistono ancora
videocassette o DVD.
Americo Sbardella
LA NOUVELLE VAGUE - Roma 8 maggio
- 2 giugno 2002
via degli Orti dAlibert 1/c - Trastevere - tel.: 06.68192987
Le proiezioni si svolgeranno contemporaneamente
nelle due sale del Filmstudio
Nouvelle
Vague prima parte
Nouvelle
Vague, le immagini

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