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Abatantuono,
gigione come non lo si vedeva da tempo, è un produttore di
film pornografici che, dopo aver lasciato in Italia la famiglia,
sull'isola si è costruito una fortuna. Nel momento in cui
la figlia adolescente - e in gravidanza- decide di andarlo a trovare,
l'uomo non solo cercherà di occultare alla ragazza la sua
attività ma dovrà riuscire a comprendere una persona
che non conosce affatto. E, di li a poco, dovrà decidere
se prendersi cura del nascituro riscattando, così, il consolidato
ruolo di genitore inesistente.
Rubini, ruffiano, sudato e nevrotico, è il proprietario
di un piccolo locale sulla spiaggia, e vorrebbe garantire alla compagna
un futuro migliore, senza stenti né privazioni. L'occasione
per coronare il suo sogno si presenta quando trova una valigetta
contenente quattro chili di cocaina che potrebbero fruttare un bel
po' di denaro. La droga interessa ai boss locali ma smerciarla diventa
rischioso quando sulle sue tracce si mettono un misterioso killer
e un commissario di polizia. Quest'ultimo, tuttavia, uomo dalla
facciata assolutamente integra, non solo nasconde una vita amorosa
alquanto bizzarra, ma non riesce nemmeno a comunicare col figlio,
ragazzo ribelle, espressione di una generazione incavolata e impasticcata.
Salvatores inquadra e seziona un agglomerato umano in cui
nessuno è soddisfatto (nemmeno i personaggi minori) ed ognuno
è alla ricerca della propria dimensione; dagli adolescenti,
irritanti e arrabbiati, agli adulti, ipocriti , imbolsiti, un po'
disillusi e un po' sognatori; microcosmo vario e variopinto, fatto
di persone agli antipodi, di pornografi, killer, spacciatori, travestiti
in cui ognuno è costretto, inevitabilmente, a rimettersi
in gioco attraverso vicende che partono sembrando parallele, andando
poi a sfiorarsi, per finire inevitabilmente a intrecciarsi senza
mai scrollarsi di dosso un velato senso di inquietudine esistenziale.
Il regista sceglie una ambientazione assai fascinosa e, contemporaneamente
rilassata, regalando allo spettatore scorci marittimi ma anche respiri
dell'entroterra degli hippie; una Ibiza al naturale- non ancora
invasa da orde di turisti - cornice di un'avventura fatta di tante
piccole micro vicende che, nella corsa alla valigetta, trovano il
filo conduttore che attorciglia ogni personaggio.
Con "Amnesia", da subito Salvatores prende per
mano lo spettatore, e lo mette di fronte alle peripezie tragicomiche
di Abatantuono, genitore imperfetto di una figlia trascurata e altrettanto
imperfetta; e quando i problemi famigliari sembrano volgere al termine,
un inaspettato flashback fa rivivere il tutto da altra visuale;
i toni rilassati della commedia si fanno via via, più aspri;
i conflitti relazionali, questa volta vissuti dal commissario, focalizzano
il disagio giovanile del figlio rimandando, in alcuni momenti, alle
situazioni grottesche e sanguigne di Almodovar.
E, tra tutto ciò, Sergio Rubini, sempre in movimento, si
adopera a nascondere, recuperare e vendere la refurtiva nel pieno
di una black comedy che conoscerà l'epilogo nel corso di
una serata in discoteca (l'Amnesia, appunto).
Certo, dal punto di vista narrativo non si può dire che
le scelte di Salvatores abbiano il pregio dell'originalità;
il gusto nero del pulp è piacevole (e reso ancor più
godibile dall'uso dello split screen) ma la vicenda, vista da più
angolazioni, è oggetto di una struttura narrativa smaccatamente
tarantiniana ( "Jackie Brown" e "Pulp Fiction"),
sempre piacevole ma ormai un po' abusata .
Ma ciò non è comunque sufficiente a intaccare la qualità
del lavoro del regista, che rimane assolutamente gradevole in quanto
commistione suggestiva e intrigante di più generi ed equilibrata
mediazione tra quei mondi cinematografici a cui ci ha abituati:
quello riflessivo, generazionale del "come eravamo" (e,
nella fattispecie, del "come siamo diventati") che hanno
rappresentato e caratterizzato gli inizi della sua carriera; e quello
più sperimentale (e, talvolta, un po' troppo pretenzioso)
degli ultimi anni. Una pellicola che risulta essere un esempio di
cinema intelligente, proprio perchè non vuole essere intrattenimento
fine a sé stesso: è leggero, diverte ma ci fornisce
diversi spunti di riflessione; sta a noi, ovviamente, coglierli
e interrogarci di conseguenza.
Manuel Monteverdi
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