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L'ORA DI RELIGIONE: STORIA DI UNA RIBELLIONE POSSIBILE

di Simona D'Angelo

Capita a volte di entrare in una sala cinematografica con un misto di curiosità ed incertezza, aspettando che dal buio emergano le emozioni e la bellezza che solo le immagini in movimento riescono a darci. Molto spesso la nostra ingenua speranza resta disillusa, ed allora ci incamminiamo verso casa lasciando cadere dietro i nostri passi frammenti di quei volti, storie e forme che hanno tentato invano di sedurci.
Ma altre volte la bellezza affiora sullo schermo, ed allora quelle immagini felici continuano a muoversi nella mente, tessendo una trama dorata nella nostra fantasia. A me è capitato recentemente andando a vedere "L'ora di religione" di Marco Bellocchio, ultima opera del regista piacentino presentata in concorso (unico film italiano) al Festival di Cannes.

 

E' una storia bella e coraggiosa quella che ci racconta Bellocchio, la storia di una ribellione.Una ribellione diversa da quella contro la religione e la famiglia di Alex, il protagonista del suo film di esordio del 1965 " I pugni in tasca", sfociata nella violenza e nella follia che anticiperanno il fallimento del sessantotto; trentasette anni dopo per Ernesto nel "L'Ora di religione" si tratta di una rivoluzione di pensiero, una realizzazione della propria identità, una possibilità di trasformazione e di ricerca.
La vita del pittore Ernesto Picciafuoco, splendidamente interpretato da Sergio Castellitto, viene sconvolta dalla notizia della imminente beatificazione di sua madre uccisa anni prima dal fratello pazzo. Il fatto è del tutto estraneo alle convinzioni di Ernesto, come ammetterà egli stesso, ma gli imporrà comunque un difficile confronto con i familiari promotori della causa di beatificazione (la gelida ed anaffettiva ex moglie, l'ambiziosa e cinica zia ironicamente interpretata da Piera degli Esposti), con le gerarchie ecclesiastiche, di fronte ai quali Ernesto opporrà un netto rifiuto ribadendo il proprio ateismo.

"Io non credo in Dio" è la semplice e sconcertante risposta di Ernesto di fronte agli interrogativi del figlio che frequenta l'ora di religione. Ed in questa breve frase sta tutta la coerenza e l'identità di Ernesto. L'identità di chi cerca la propria realizzazione nel rapporto con gli altri esseri umani, non in un generico amore cristiano per il prossimo, ma nell'amore per una donna; "innamorarmi è la massima dimostrazione di ateismo che io possa dare adesso" dirà Ernesto a colloquio con il cardinal Piumini.
Ed una donna appare, è Diana Serini, che Ernesto incontra a scuola del figlio scambiandola per l'insegnante di religione, una bella immagine femminile che si muove con la leggerezza e l'eleganza della pagana Gradiva. In una delle scene più belle che Bellocchio ci regala la vediamo camminare nel silenzio dello studio di Ernesto e fermarsi di fronte al bassorilievo della fanciulla pompeiana, per poi scomparire e riapparire più volte, vaga e mutevole come un'immagine mentale. Il suo movimento è la fantasia che si oppone alla stupidità degli uomini, il pensiero nuovo che si ribella alla bruttezza e distrugge il Vittoriano per trasformarlo in un prato fiorito (come si vede in una suggestiva sequenza di animazione computerizzata), ma senza impazzire come è successo al fratello matricida, forse lo stesso Alex de "I pugni in tasca", che bestemmia gridando al mondo la tragedia di una mente ormai perduta. L'abbraccio tra Ernesto e il fratello è l'immagine attraverso la quale si realizza la separazione dai fallimenti del passato per vivere la riuscita del presente.

Le immagini che Bellocchio ci propone sono belle, ma questo non basta, come raccontano i versi della poesia russa recitata da Diana; è una bellezza che va oltre la perfezione estetica delle inquadrature o il sapiente uso delle luci, oltre insomma la bidimensionalità di una riproduzione fotografica. Quella di Bellocchio è la ricerca di di un'immagine che non sia solo una didascalia narrativa, ma che abbia una sua profondità e ricchezza di senso, e che più delle parole possa rivolgersi agli affetti e alla fantasia dello spettatore. Così sono proprio le immagini, sciolti i lacci della razionalità, a raccontarci la vera storia, a muoversi liberamente in uno splendido montaggio dove a volte si sovrappongono quasi, altre invece si distendono come uscite dalla tavolozza di un pittore; sono loro a condurci in territori dove la chiarezza della realtà cosciente lascia il posto ai contorni indefiniti della percezione inconscia, come nella surreale sequenza della riunione in casa della nobiltà "nera", dove Ernesto incontra il fantomatico Conte Bulla che lo sfiderà a duello per un sorriso. Che è però diverso da quello della madre da beatificare, di chi ha sempre obbedito con rassegnazione, senza capire nulla. Il sorriso del protagonista è l'irriverenza di chi vuole continuare a pensare ed a capire, è la vitalità di chi non vuole rinunciare al rapporto con gli altri; è l'immagine finale di Ernesto che accompagna il figlio a scuola il giorno dell'udienza dal papa, e sorride. La sua è una ribellione possibile.

Simona D'Angelo