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Hiroscima mon amour - Alan Resnais Hiroscima mon amour - Alan Resnais

Alan Resnais, Hiroscima mon amour - di Gianfranco Massetti - pag. 2

Lui: “Tu non hai ancora visto niente a Hiroshima … niente.”
Lei: “I manichini, le disperate bambole, così bene realizzati, i film sono stati girati freddamente e seriamente. L’illusione è così semplice ed è talmente perfetta che tutti i turisti ne piangono. Potrebbero anche burlarsene. Ma i turisti che altro possono fare, se non piangere? Io ho sempre pianto sulle sorti di Hiroshima … sempre.”
Lui: “No, su cosa poi avresti pianto?”
Lei: “Ho visto i cinegiornali. Il secondo giorno, dicono le cronache, non lo invento io, fin dal secondo giorno, delle specie animali ben precise sono risorte dalla profondità della terra e dalle ceneri. Un cane è stato fotografato … per sempre. Io l’ ho visto. Ho visto i cinegiornali, li ho visti … del primo giorno … del secondo giorno … del terzo giorno.”
Lui: “Tu non hai ancora visto niente … niente.”
Lei: “ … del quindicesimo giorno, anche. Hiroshima si ricopriva di fiori. Dovunque non c’erano che fiordalisi, giaggioli, convolvoli, e belle di giorno che rinascevano dalle ceneri con uno straordinario vigore, sconosciuto fino allora tra i fiori. Io non ho inventato niente.”
Lui: “Hai inventato tutto.”
Lei: “Niente. Come in amore esiste questa illusione … questa illusione di non poter mai dimenticare comunque, io ho avuto l’illusone davanti a Hiroshima di non poter mai più dimenticare … così come in amore … E ho visto anche i superstiti e quelli che erano nel ventre delle donne di Hiroshima. Ho visto la pazienza, l’innocenza, la dolcezza apparente dei provvisori superstiti di Hiroshima adattarsi a una sorte talmente ingiusta che l’immaginazione di solito pur tanto feconda, davanti ad essa si rinchiude … Ascolta: io so, so tutto e so che ciò si ripeterà.”
Lui “Niente. Tu non sai niente.”
Lei: “Le donne rischiano di partorire dei figli malnati … dei mostri, ma ciò si ripeterà. Gli uomini rischiano di essere colpiti dalla sterilità, ma ciò accadrà di nuovo. La pioggia fa paura. Piove cenere sulle acque del Pacifico. Le acque del mare uccidono e i pescatori nel Pacifico ne muoiono. Il cibo fa paura. Si getta via il cibo di intere città. Si sotterra il nutrimento di intere città … E una città si ribella, molte altre città si ribellano. Contro chi la rivolta delle genti? La collera di intere città che, se lo sappiano o no, è contro l’ineguaglianza decisa come inalterabile da certi popoli verso altri popoli. Contro l’ineguaglianza ritenuta inviolabile, di certe razze contro altre razze, contro l’ineguaglianza indiscutibile come un dogma di certe classi contro altre classi … Ascoltami, come te, io conosco l’oblio.”
Lui: “Tu non sai dimenticare.”
Lei: “ Come te sono dotata di memoria e conosco l’oblio.”
Lui: “Tu non sai ricordare.”
Lei: “Come te, anch’io ho cercato di lottare con tutte le mie forze contro la smemoratezza e come te ho dimenticato. Come te ho desiderato avere un’inconsolabile memoria. Una memoria fatta d’ombra e di pietra. Ho lottato da sola, con violenza, ogni giorno, contro l’orrore di non poter più comprendere il perché di questo ricordo. Come te, ho dimenticato. Perché negare l’evidente necessità del ricordo. Ascoltami, io lo so tutto ciò si ripeterà: duecentomila morti, ottantamila feriti in nove secondi, queste cifre sono ufficiali, ma tutto ciò si ripeterà. Avremo diecimila gradi sulla terra. Diecimila soli si dirà, brucerà l’asfalto, regnerà un profondo disordine, un’intera città sarà sollevata da terra e ricadrà in cenere e vegetazioni nuove sorgeranno dalla sabbia. Quattro studenti attendono insieme una morte fraterna e leggendaria. I sette bracci dell’estuario a delta del fiume Ota si svuotano e si riempiono all’ora solita, più precisamente alle ore solite, di un’acqua fresca e pescosa, grigio azzurra, secondo l’ora e le stagioni. Ma le genti non guarderanno più lungo le rive fangose il risalire lento della marea dei sette bracci dell’estuario a delta del fiume Ota. Io ti incontro e mi ricordo di te. Chi sei tu? Tu mi uccidi. Tu mi fai del bene. Come avrei potuto sapere che questa città era fatta per il mio amore? Come avrei potuto sapere che il tuo corpo si adatta al mio? Tu mi piaci, che avvenimento. Tu mi piaci … che languore all’improvviso. Che dolcezza, tu non puoi sapere. Tu mi uccidi, tu mi fai del bene … Tu mi uccidi, tu mi fai del bene. Ho ancora tempo, te ne prego: divorami, deformami fino all’orrore. Perché non te? Perché non te in questa città e in questa notte tanto simile alle altre, al punto di rendersi irriconoscibile. Te ne prego … E’ pazzesco che tu abbia una bella pelle…” > segue...



 

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