mon oncle d'Amerique

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" Mon oncle d'Amerique "
di Alain Resnais

di Gianfranco Massetti

Parte I + Parte II + Parte III

 

" Mon oncle d'Amerique " di Alan Resnais - terza parte

Due anni dopo, Janine raggiunge l'isola dove Jean è nato e casualmente lo incontra. Nell'episodio vengono inserite delle sequenze dove compaiono delle cavie di laboratorio. Quindi, viene inquadrato il professor Laborit nel suo studio e una gabbia divisa in due celle, in una delle quali vi è un ratto; si sente un segnale acustico a cui fa seguito un segnale luminoso e si vede il ratto che passa da uno scompartimento all'altro.
La voce di Laborit commenta:"Quando si prende un topo e lo si chiude in una gabbia a due scompartimenti - il cui spazio, cioè, è diviso da un tramezzo al centro del quale si trova una porta; e il pavimento della gabbia è percorso, ad intermittenza, dalla corrente elettrica: prima che la corrente elettrica venga immessa nella rete del pavimento, un segnale avvisa l'animale, che si trova nella gabbia, che quattro secondi dopo la corrente passerà, ma in partenza non lo sa. Se ne accorge in fretta. All'inizio è inquieto, ma quasi subito si accorge che c'è una porta aperta e si trasferisce nello spazio contiguo. La stessa cosa si ripeterà pochi secondi dopo, ma l'animale comprenderà egualmente molto in fretta che può evitare il castigo del piccolo shock elettrico alle zampe ripassando nello spazio della gabbia nel quale era prima. Questo animale, che subisce questa esperienza per una decina di minuti al giorno, durante sette giorni consecutivi, alla fine del settimo giorno sarà in condizioni perfette, in ottima salute: il suo pelo è liscio, non ha ipertensione arteriosa. Ha evitato la punizione tramite la fuga. E' stato bene. Ha mantenuto il suo equilibrio biologico."
Alle immagini delle cavie, si sostituiscono quelle di Janine, di Jean e di Arlette.
La voce di Laborit prosegue:"Quello che è semplice per un topo in gabbia è molto più difficile per un uomo nel suo ambiente sociale. In particolare perché certe necessità sono state create da quel tipo di vita sociale, e questo sin dalla sua infanzia ed è raro che egli possa, per appagare i suoi bisogni, risolversi alla lotta quando la fuga non è efficace. Quando due individui hanno progetti diversi, o uno stesso progetto ed entrano in competizione per realizzarlo, ci sarà un vincitore e uno sconfitto. Si stabilisce un potere di uno degli individui nei confronti dell'altro. La ricerca del potere, in uno spazio che definiremo il territorio, è la base fondamentale di tutti i comportamenti umani. E questo, nella completa incoscienza delle motivazioni."
Alcune immagini retrospettive dei tre protagonisti ci riportano alla loro infanzia. Quindi la voce di Laborit commenta:"Non esiste, quindi, l'istinto della proprietà, come non esiste l'istinto del dominio. C'è semplicemente per il sistema nervoso di un individuo, la scoperta della sua necessità di conservare a propria disposizione una cosa o un essere che è altresì desiderato, invidiato da un altro essere…Ed egli sa, perché lo ha imparato, che in questa competizione, se egli vorrà conservare l'essere o la cosa a sua disposizione, dovrà dominare. Abbiamo già detto che noi non siamo che gli altri. Un bambino selvaggio, abbandonato lontano dai suoi simili, non diventerà mai un uomo; non saprà mai camminare, né parlare:si comporterà come una bestiolina…Grazie al linguaggio, gli uomini hanno potuto trasmettere, di generazione in generazione, tutta l'esperienza che si è creata nel corso dei millenni del mondo. Oggi l'uomo non può più, e già da molto tempo, assicurarsi la sua sopravvivenza: ha bisogno degli altri per vivere, non sa fare tutto, non è onnisciente. Dalla più tenera età la sopravvivenza del gruppo è legata all'apprendimento da parte del piccolo dell'uomo di quanto è necessario per vivere felice nella società. Gli si insegna a non fare popò nelle mutandine, a fare pipì nel vasetto e poi, molto rapidamente, gli si insegna come deve comportarsi perché la coesione del gruppo possa esistere. Gli si insegna ciò che è bello, ciò che è male, ciò che è brutto e ciò che è bene. Gli si dice quello che deve fare e lo si punisce, o lo si ricompensa, al di là di quella che è la sua ricerca personale del piacere. Lo si punisce o lo si ricompensa in misura di quanto la sua azione è conforme alla sopravvivenza del gruppo."

Janine e Jean si sono avventurati su un isolotto che ora, a causa dell'alta marea, non riescono più ad attraversare. Janine apprende che Arlette gode di ottima salute e vorrebbe rivelare a Jean la bugia della moglie, ma Jean è convinto di essere stato scaricato dalla sua ex amante perché alla radio, ormai, non contava più nulla. Alle scene dei due ex amanti si alternano quelle dei ratti nella gabbia. Quindi si ode nuovamente la voce di Laborit:"Il funzionamento del nostro sistema nervoso comincia appena a essere capito. Solo da venti o trent'anni siamo riusciti a capire come, a partire dalle molecole chimiche che lo costituiscono e che ne formano la base, si formano le vie nervose che saranno codificate, impregnate, dal tirocinio culturale. E, tutto ciò, in un meccanismo inconscio. Perché le nostre pulsioni e i nostri automatismi culturali saranno mascherati da un linguaggio, da un discorso logico. Il linguaggio, in questo modo, non contribuisce altro che a nascondere la causa dei predomini, i meccanismi attraverso i quali questi predomini si creano; e a far credere all'individuo che, operando per il nucleo sociale, egli realizza il suo proprio piacere. Mentre, di solito, non fa altro che mantenere delle situazioni gerarchiche, che si nascondono, appunto, sotto alibi di linguaggio. Alibi forniti dal linguaggio, che, in qualche modo, gli servono quale scusante. In questa seconda situazione, la porta che comunica tra i due scomparti è chiusa. Il topo non può fuggire. Sarà quindi sottoposto alla punizione alla quale non può sottrarsi. Questa punizione provocherà in lui un comportamento di inibizione. Egli apprende che ogni azione è inefficace, e che non può né fuggire né lottare. Si inibisce. E questa inibizione, che nell'uomo si accompagna con quella che noi chiamiamo l'angoscia, provoca altresì nel suo organismo delle perturbazioni biologiche estremamente profonde. Questo fa sì che se egli viene a contatto con un microbo, oppure ne è egli stesso portatore, mentre in una situazione normale avrebbe potuto debellarlo, in questo caso, non potendolo, ne sarà infettato. Nel caso di una cellula cancerogena, che egli avrebbe distrutto, si avrà un'evoluzione cancerogena. E inoltre, i suoi disturbi biologici sfoceranno in tutte quelle che noi definiamo le malattie della civiltà o psicosomatiche:ulcere allo stomaco, ipertensione arteriosa, insonnia, stanchezza, malessere…"
Seguono dei flash back su episodi della vita di René e di Jean. Il commento di Laborit prosegue:" In questa terza situazione… il topo non può fuggire: subirà quindi tutte le punizioni… Ma si troverà davanti un altro topo che gli servirà da avversario. E, in questo caso, accetterà la lotta. Questa lotta è assolutamente inefficace: non gli permette di evitare la punizione, però gli consente di agire. Questo topo non avrà nessun disturbo patologico simili a quelli riscontrati nel caso precedente. Starà benissimo e ciò malgrado l'aver subito tutte le punizioni. Invece, nell'uomo, le leggi sociali proibiscono, normalmente, questa violenza difensiva. L'operaio che vede tutti i giorni il suo caporeparto, che non sopporta la sua faccia, non può permettersi di fracassargliela, perché interverrebbe la polizia. Non può fuggire perché sarebbe la disoccupazione e così, tutti i giorni della settimana, tutte le settimane del mese, tutti gli anni, talvolta, che si susseguono; è inibito all'azione. L'uomo ha molti modi per lottare contro questa inibizione di agire: può farlo attraverso l'aggressività. L'aggressività non è mai gradita, è sempre in risposta a una inibizione ad agire. Si raggiunge una esplosione aggressiva che di rado porta a un vantaggio, ma che, sul piano del funzionamento del sistema nervoso, è perfettamente spiegabile. Così, ripetiamolo: questa situazione nella quale un individuo può venirsi a trovare di inibizione nella sua azione… le perturbazioni biologiche che la accompagnano, scateneranno, sia l'apparizione di malattie infettive, sia tutti i sintomi di quelle che chiamiamo le malattie mentali. Quando l'aggressività non può più rivolgersi contro gli altri o sugli altri, può ancora esprimersi sull'individuo stesso in due modi: si ammalerà, convoglierà, cioè, tutta la sua aggressività contro il suo stomaco, nel quale farà un buco, un'ulcera allo stomaco; sul suo cuore e sulla circolazione, provocandosi un'ipertensione arteriosa e, talvolta, anche delle lesioni acute che causeranno malattie cardiache violente quali l'infarto, l'emorragia cerebrale o l'orticaria o delle crisi d'asma. Potrà altresì orientare la sua aggressività contro se stesso in maniera ancora più efficace:può suicidarsi. Quando non si può essere aggressivi verso gli altri, si può, con il suicidio, essere aggressivi, ancora, verso se stessi."


Janine adesso lavora per le industrie tessili di Zambeaux, il principale di René. I tre si incontrano in un ristorante, a Parigi. Il gruppo Zambeaux è in crisi e si deve rinnovare.
Ora è René a rimpiangere il passato e a sostenere la parte di suo padre: Janine e Zambeaux gli propongono di metterlo a capo di una catena di negozi del settore gastronomico - alimentare, ma René è talmente disgustato ed amareggiato che ha l'impressione di aver buttato via la sua vita. Rientrando al suo albergo, tenta il suicidio. Lo salva una telefonata di Janine.
Mentre René viene ricoverato al pronto soccorso, Janine si reca ad Auray, a casa di Jean. Trova solo la moglie Arlette, con la quale ha una breve spiegazione; poi si avvia alla ricerca di Jean, nella vicina tenuta di un marchese. Lo trova e gli racconta della bugia di sua moglie; ma Jean sa già tutto ed approva il comportamento di Arlette. Janine allora lo prende a schiaffi. Sullo schermo passano altre immagini in flash back. Laborit commenta:"L'inconscio costituisce uno strumento terribile, non tanto per il suo contenuto represso, represso in quanto troppo doloroso da esprimere, perché verrebbe punito dalla sociocultura. Ma per tutto quanto è, al contrario, autorizzato e persino ricompensato dalla medesima sociocultura, inserita nel suo cervello sin dalla nascita. Il cervello non è cosciente della sua presenza, anche se è lui che guida le sue azioni. E quell'inconscio socioculturale, che non è l'inconscio freudiano, è il più pericoloso. Infatti ciò che chiamiamo la personalità di un uomo, di un individuo, si costruisce su una cianfrusaglia di giudizi di valore, di pregiudizi, di luoghi comuni…che si trascina dietro e che, man mano che la sua età avanza diventano sempre più rigidi, e che sempre più di rado sono rimessi in questione. E quando un solo mattone di questo edificio viene tolto, tutto l'edificio crolla: scopre l'angoscia…E questa angoscia non indietreggerà né di fronte al delitto, per l'individuo, né al genocidio o la guerra, per i gruppi sociali, pur di esprimersi…Cominciamo a capire attraverso quali meccanismi, perché e per come, attraverso la storia e nel presente, si sono stabilite le scale gerarchiche di potere. Per andare sulla luna si devono conoscere le leggi della gravitazione…Quando si arriva a conoscere queste leggi, non vuol dire che ci si libera della gravitazione. Significa che si utilizzano per fare qualcos'altro…Sino a quando non si sarà diffuso molto estesamente negli uomini di questo pianeta il sistema di funzionamento del loro cervello e il modo nel quale gli uomini lo utilizzano, e sinché non si sarà detto che sino ad oggi ciò è sempre avvenuto per dominare gli uni sugli altri, ci saranno poche probabilità che qualche cosa possa cambiare."
La macchina da presa inquadra dei quartieri di periferia di una città, poi un muro di mattoni su cui è dipinta una foresta e quindi lo zoom di un mattone. Quindi compare la parola FINE.
( Le citazioni di Laborit sono tratte dalla sceneggiatura del film pubblicata nel 1981 dall'editore Feltrinelli).

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