cinema italiano ActivCinema Roma
 
Scritto e realizzato da Federico Fellini in collaborazione con i fedeli Ennio Flaiano e Tullio Pinelli,
"I vitelloni" rimane a tutt'oggi il più sagacemente abile nel rappresentare sogni, ambizioni e paure di una generazione di italiani, quella del pre-boom

 

 

 

 

 

 

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Nei ritratti di Moraldo(Franco Interlenghi), Fausto(Franco Fabrizi), Alberto(Alberto Sordi), Leopoldo(Leopoldo Trieste) e Riccardo(Riccardo Fellini) troviamo le caratteristiche principali dell'italiano medio nato e cresciuto in provincia, il quale si adagia alla propria estrazione sociale, evitando ogni possibile forma di reazione e negando a se stesso l'auspicio che tutto rimanga così com'è, età compresa.
Non appena resosi conto che la fidanzata Sandra è in attesa d'un bambino, Fausto si appresta a preparare le valige e a giustificarsi col padre dicendo di voler partire per cercare un lavoro, fingendo aria di responsabilità; lo ritroviamo immancabilmente sull'altare ("hai visto, è stato un momento!" gli dice stringendogli la mano Alberto) e, poco dopo il viaggio di nozze, il suocero lo accompagna dal proprietario d'un negozio d'articoli religiosi per lavorare da commesso.
Mentre Leopoldo nella sua stanzetta da scapolo, seguendo delle enfatiche ambizione artistiche, passa le notti pensando ai personaggi delle commedie che scrive, Alberto e Riccardo vivono ancora in famiglia e trascorrono le loro giornate preferibilmente al biliardo o in riva al mare, giocando spesso a provocarsi a vicenda.
Moraldo, cognato di Fausto, ha un carattere meno strafottente degli altri, coi quali comunque condivide lo scorrere dei trent'anni in questo goliardico stile di vita.
Al termine del grande veglione di carnevale, squillano per tutti i campanelli d'allarme, come fosse definitivamente finito il tempo di scherzare: Alberto travestito da donna e completamente ubriaco tra le braccia di Moraldo afferma: "Non siete nessuno tutti, mi fate schifo" poi estendendo l'invito anche a Riccardo dice con convinzione: "Ti devi sposare Moraldo, ci dobbiamo sposare…" Mentre di lì a poco tornando verso casa troverà la sorella in procinto d'andarsene per seguire un uomo, nella molto vana speranza d'un avvenire migliore; Fausto, dopo aver insistentemente corteggiato la moglie del principale, perderà il posto di lavoro e verrai conseguentemente castigato dalla moglie allontanatasi da casa con la bambina per rifugiarsi dal padre di lui, che non esiterà a dargli una severa lezione, una volta per tutte. Leopoldo rimarrà deluso perfino dall'incontro con un capocomico famoso, il quale finirà per rivelarsi un omosessuale, mettendolo in fuga nonostante lo abbia dapprima molto lusingato. Soltanto Moraldo, una notte, troverà il coraggio di staccarsi dalle proprie radici, abbandonando per sempre quella piccola realtà che ora non può che apparirgli monotona e nell'insieme squallida, salendo su di un treno senza nemmeno sapere la destinazione. I temi di base descritti nel film (La monotonia della vita di provincia, la paura di crescere e soprattutto il desiderio d'evasione dalle responsabilità familiari) verranno nei decenni a seguire aggiornati e rianalizzati da Pietro Germi: in "Divorzio all'italiana" (1961) vedremo il siculo barone Fefè (Marcello Mastroianni), fare di tutto per liberarsi della moglie per unirsi in seconde nozze alla cugina sedicenne Angela (Stefania Sandrelli) la quale, durante una gita in mare, non esiterà ad intendersela col marinaio di turno; in "Alfredo Alfredo" (1972) Dustin Hoffman verrà soffocato dal temperamento della fidanzata Maria Rosa (ancora la Sandrelli), per poi trovare conforto nel rapporto con una cassiera di bar dalle idee divorziste (Carla Gravina) che lo ricondurrà in trappola. Nell'ultimo film, poi ultimato da Monicelli, ossia "Amici miei" (1975), i cinque cosiddetti "Vitelloni" (Tognazzi, Noiret, Moschin, Celi e Del Prete) pur avendo raggiunto un buon livello d'affermazione sociale continuano a fuggire la realtà esorcizzando la paura di invecchiare attraverso feroci scherzi ch'essi definiscono zingarate; al termine del film, uno di loro (il giornalista Silvio Perozzi), colto da un infarto, abbandonerà per sempre il gruppo suo malgrado: nemmeno il suo funerale verrà preso sul serio.Arrivando ai giorni nostri, troviamo nei film dei giovani registi Gabriele Muccino ("L'ultimo bacio", divenuto già il cult degli attuali trentenni) e Alberto Taraglio ("Amarsi può darsi") quei protagonisti che potremmo definire i nipoti stretti dei "Figli" di Fellini e Germi, i quali in pieno terzo millennio, epoca d'Internet e telefonini, continuano a vedere il matrimonio come una minaccia alla spensieratezza della giovane età e ad avere dentro di sé il prepotente desiderio di evadere dalla routine di una vita limitata da responsabilità sempre più pesanti. Doverosi complimenti vanno espressi alle nuove leve per non aver dimenticato le lezioni degli illustri predecessori: i Vitelloni grazie a loro esistono ancora, oggi come ieri, domani come sempre.


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