Andrzej Wajda
ActivCinema presenta
prima parte

di Gianfranco Massetti

 
Opera del regista polacco Andrzej Wajda, L’uomo di marmo, con la sua carica di denuncia nei confronti della mistificazione ideologica dei regimi socialisti dell’ est, è stato a suo tempo un film rivoluzionario. Esso precede le lotte del sindacato di Solidarnosh, della fine degli anni settanta, che Wajda celebrerà con la realizzazione de L’uomo di ferro, un film che si pone idealmente come prosecuzione e completamento del primo.

La prima strada è quella di andare ad intervistare Michalak, un ex funzionario addetto alla propaganda del partito operaio, incaricato di seguire Birkut nei cantieri dove offriva dimostrazioni sul lavoro di squadra per migliorare i tempi di produzione.
Con una lettera di accompagnamento di Burski, Agnieszka deve pertanto recarsi in un locale di spogliarelliste dove Michalak lavora come direttore (a dimostrazione di come il capitalismo di stato non fosse poi tanto diverso dal capitalismo occidentale e di come determinate carriere politiche si rassomigliassero sia al di qua che al di là dei muri e delle cortine di ferro).

Ecco allora cosa è successo a Birkut: un incidente, un incidente sul lavoro, durante una delle sue dimostrazioni. Erano arrivati in treno tutti e tre a Zabinka Mala: Birkut, Witek e lui, Michalak, il funzionario del partito. Giunti al cantiere, avevano subito iniziato la dimostrazione. Witek aveva appena passato il primo mattone a Birkut che quello si butta per terra, inizia a gridare e a contorcersi: Witek gli aveva passato un mattone incandescente e Birkut si era ustionato le mani. Da allora Birkut non era stato più lui.
La sua salute non era buona e perciò si occupava di attività sociali, si dava da fare per l’assegnazione delle case alle famiglie degli operai. Intanto, c’erano state anche le indagini da parte del funzionario.

Subito dopo l’incidente, Michalak si era informato del perché Witek portasse dei guanti da lavoro. Servivano a proteggerlo da un fastidioso eczema, aveva detto Witek: era la verità, e coi guanti Witek lavorava già da diverso tempo. Però, c’era sempre il suo passato: Witek aveva partecipato come volontario alla guerra civile in Spagna, e all’epoca i volontari della guerra di Spagna erano tutti un po’ sospetti. Ma a inchiodarlo era stato soprattutto quel suo comportamento durante il viaggio in treno e quella sua canzoncina maliziosamente rivolta a lui, al compagno Michalak: Due lavoran come matti/ il terzo sta a guardar…/ lavorare rende poco è meglio riposar…/ dorme sempre a pancia all’aria/ non fa altro Michalak…”.

Witek, insomma, aveva rimproverato a Michalak di fare il “lavoro di Michelaccio”, e questo già era di per sé un fatto grave. Dietro a Witek non poteva che nascondersi un sabotatore al servizio dei paesi occidentali. Probabilmente era stato reclutato dai servizi segreti durante il suo soggiorno in Spagna, poi era rimasto per diverso tempo in attesa di un ordine e quell’ordine era infine arrivato; avrebbe dovuto passare un mattone incandescente al suo compagno Birkut: un atto di sabotaggio contro il regime.

Anche se terribilmente puerili, queste accuse serviranno per mandare in carcere Witek. Un giorno gli arriva la comunicazione di presentarsi al commissariato di polizia politica, e allora avverte l’amico Birkut che si offre di accompagnarlo. Al commissariato entrano insieme, poi Witek entra nell’ufficio del funzionario, mentre Birkut lo aspetta in sala d’attesa; ma Witek non esce più. Finalmente, Birkut chiede alla segretaria di poter entrare e si trova così a colloquio con un colonnello: “Mi scusi, ma dov’è il compagno che è entrato qui prima?” chiede Birkut. “Quale compagno? Ah, quel muratore? E’ uscito.” risponde il colonnello. “E’ uscito?” chiede stupito Birkut. “E’ andato via. Lei avrà visto, immagino, quel compagno che è arrivato qui col compagno Birkut e poi è uscito?” chiede il colonnello rivolto alla segretaria. “Mi dispiace, ero così occupata che non ho visto niente, purtroppo. Solo, ho visto questo compagno che passeggiava avanti e indietro come se aspettasse qualcuno, e non capivo. Non ho osato chiedergli niente, però.” risponde la segretaria. “Appunto. Ha visto? Anch’io delle volte ho tanto di quel lavoro che arrivo a scordarmi come mi chiamo. Bene, una sigaretta?” dice il colonnello a Birkut, rimasto momentaneamente disorientato.
Ma Birkut poi si ribella: “Ve ne pentirete. Io lo cercherò dappertutto. Andrò anche a Varsavia, se serve. Dovrete pentirvi di fare queste cose!”


Segue

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