| Il carattere commerciale, legato
allo scalo delle merci che provenivano dalla Spagna e dall'Africa
e risalivano il fiume fino a Roma, può dunque spiegarci la presenza di un tale accumulo di
frammenti di anfore: pare, infatti, che fosse più conveniente distruggere
le anfore piuttosto che pulirle per riutilizzarle. Tutti i frammenti
sono pertinenti ad un unico tipo di anfora di forma panciuta, tendente
allo sferico, proveniente dalla Spagna: esse recano inciso sulle anse
il marchio di fabbrica. A volte, poi, sul corpo sono dipinti il nome
dell'esportatore, i controlli alla partenza e all'arrivo, la data consolare.
La maggior parte di queste anfore è datata tra il 140 d.C. e la metà del
III sec. d.C. Su quasi tutti i frammenti si possono osservare tracce
di calce: su uno strato di cocci ne veniva infatti depositato uno di
calce che serviva a spegnere il processo di decomposizione dell'olio,
che rimaneva sulle pareti interne delle anfore. Infatti si trattava,
secondo recenti studi, esclusivamente di anfore olearie provenienti
dalla Betica (una regione della Spagna) e dall'Africa. Nel Medioevo
il Monte fu lo scenario di diversi giochi, di corse dei pali, di tornei
e lotte che si svolgevano sui prati ai piedi della collina, da cui
derivò ad essa il nome di Mons de Palio (dal palio, un drappo
di seta dipinta o ricamata che costituiva il premio del vincitore).
Tutti questi giochi di Testaccio si aprivano con un singolare spettacolo.
Alle falde dell'Aventino c'era una torre che veniva coperta di drappi
colorati: qui veniva collocato il gran vessillo del Popolo Romano
e in alcuni anelli si appendevano i pali (stendardi) per i vincitori.
Nel mezzo, un anello più grande che ruotava su se stesso doveva essere
infilato con un dardo dai cavalieri. Quando questi ultimi giungevano
al campo di Testaccio, il Senatore doveva piantare l'insegna del
popolo Romano: qui veniva fatto giungere dal Campidoglio,
dove era stato mostrato dapprincipio, un branco di maiali, tutti
ben tosati e lisciati, i quali, a due a due, venivano disposti, insieme
a giovenchi, su 6 carrette ricoperte di drappi di seta rossa. Una
volta giunte alla sommità della collina, le carrette venivano fatte precipitare giù,
con i maiali legati per i piedi (e in gergo romanesco si diceva: "ruzzicàne
li porci da Testaccio"). Ai piedi della collina c'era una folla spaventosa
che aspettava di vedere giungere i poveri animali, le cui carni venivano
contese a coltellate dai più robusti e coraggiosi giovanotti romani.
Così cominciavano i giochi di Testaccio. Altre notizie interessanti
riguardano il Carnevale festeggiato sul Testaccio, risalenti al 1140.
L'ultima domenica prima della Quaresima i cavalieri e i fanti della
milizia romana facevano un banchetto comune, poi i cavalieri andavano
dal papa in Laterano (antica sede papale), i fanti si recavano
a Testaccio e celebravano una cerimonia simbolica per indicare la
mortificazione della carne e la purificazione, il Ludus Testaccie.
Nelle sue forme più solenni, alla presenza del papa, si sacrificavano
un orso, simbolo della tentazione diabolica, dei torelli, simbolo
della superbia insita nei piaceri e un gallo, simbolo della lussuria.
Intorno al 1470 questa festa venne fatta trasferire da papa Paolo II in Via Lata (odierna
Via del Corso), vicino alla sua residenza di Palazzo Venezia. Abbiamo
notizia che nel 1600 la collina divenne poligono di tiro di Castel
S. Angelo e vanno ricondotti a ciò gli smottamenti della collina
stessa. In questa occasione la piramide Cestia, posta poco lontano,
fu usata come santabarbara. Il Monte fu anche teatro delle "Ottobrate
Romane", chiassose e lussuriose feste ottocentesche. I moderni,
conoscendo le proprietà che ha la terracotta di mantenere la freschezza,
scavarono sotto il monte delle profonde grotte per deporvi il vino.
Il Peresio, nel suo "Maggio Romanesco", cantava così: "Testaccio è un
monte.de cocci fu vestito. ha nel su' repostin più d'un grottaccio, che te
fa 'l vin l'estate come un ghiaccio".
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